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lunedì 30 ottobre 2017

Il Cobra e il cane nero

Dopo mesi ecco un altro sogno interessante. 

Ero in ufficio, c'era parecchio da fare, eravamo molto tese per le scadenze imminenti. La mia collega più"anziana" mi lasciava dei foglietti da compilare per un cliente che doveva chiedere un'autorizzazione al Tribunale attraverso la presentazione in Comune di nuovi micro-moduli. Io scleravo lamentandomi delle fatture e altre scadenze che avevo, in preda ad una crisi isterica (normale amministrazione). Ero infuriata, già dovevo collegarmi da casa per sveltire le pratiche...


Si respirava una brutta aria, eravamo tutte nervose, la collega più giovane non diceva nulla, il capo spazientito. Prendevo i documenti e iniziavo a compilare...ad un certo punto andavo a controllare una teca di dimensioni normali, piena di piantine verdi e con dell'acqua. 


Era del cliente. 


Vedevo qualcosa strisciare, un piccolo serpente forse...no. Era qualcosa di peggio. Era un Cobra. La sua testa iniziava a ingrandirsi e cercava di uscire. Prendevo la teca con le mani, gridando alle mie colleghe di stare lontane, riferivo al capo quanto stava accadendo ma il tempo stringeva. 

Giù di corsa, per le scale, con questa cosa strana e il serpente che mi minacciava. Non so come arrivavo in Tribunale, una struttura vecchia, in legno, con tante scale che sembravano un labirinto di Escher, non ero nemmeno a Rapallo. Trovavo un cane nero, di medie dimensioni (più grande di Giotto). 
Senza pensarci troppo agguantavo il Cobra e lo davo in pasto al cane....Il cane aveva già mangiato un altro serpente, lo vedevo dalla pancia, che era gonfia. Ora anche il suo stomaco era così e il Cobra non era ancora morto. 

Mi prendeva il forte senso di colpa, per il cane più che altro perché il serpente voleva uccidermi. Cosi giravo per il Tribunale con il cane nero cercando una soluzione, sperando che non morisse a causa mia, per il morso del Cobra e dell'altro serpente. 


Chissà dove lo aveva trovato...povero cane nero con i due serpenti dentro.

giovedì 20 aprile 2017

Attacco di panico D.A.P. (DAP)

Nel sogno il tempo era così brutto e orrendo che le nubi scure, violacee, coprivano totalmente il cielo da farlo sembrare all'imbrunire.
Ero vicino al sagrato del Santuario di N.S. di Montallegro e c'era una gara di qualcosa...un evento sportivo, tutta la cittadinanza ne era coinvolta.
Stavo male, iniziavo ad accusare ansia, profonda, forte, un malessere nel cuore, come un inizio di infarto...una compressione al petto e non sapevo che fare, mi dirigevo dentro il Santuario e cercavo un posto per sedermi, per poter respirare.
Trovavo una cripta, di pietra, antica, mi sedevo sotto un arco, anch'esso di pietra...cercando di far entrare aria nei polmoni, ero come un pesce appena pescato, boccheggiavo, mentre il senso di oppressione aumentava.
Allora ecco che mi si avvicinava C, un mio ex compagno di classe delle elementari, mi diceva di stare calma, di rilassarmi, che presto sarebbe tutto passato e mentre mi parlava il suo volto si trasformava in quello di M., morto lo scorso anno, a 44 anni, cugino di C., anche lui cercava di aiutarmi, mi rassicurava, ma io ero così triste, così depressa, piena di paura...volevo scappare, ed ecco il suo volto diventare L., il mio ex marito e poi trasformarsi in A., papà di Alice....ad un certo punto lui si alzava ed era di nuovo C., andava a cercare la mia amica T., voleva chiedere cosa poteva fare per aiutarmi, ma non era più lui, la sua anima era F., lo percepivo...
Mentre ero seduta vedevo un grosso ragno uscire da una crepa nella pietra, cercava cibo...gli gettavo dei pezzetti di qualcosa che non ricordo e l'aracnide lo agguantava tra le sue zampe avvolgendolo nella sua tela e nascondendolo dentro la tana...
Ero ipnotizzata, sentivo che qualcosa mi chiamava, mi bisbigliava di andare via, per sempre.
Volevo piangere ma non ci riuscivo e stavo malissimo.
Nel frattempo C. tornava, sentivo la sua presenza forte, percepivo il suo desiderio di aiutarmi ma allo stesso tempo volevo scappare, non volevo sentirmi legata a niente, a nessuno, nessun debito di riconoscenza, volevo superare questo stato da sola.
Mi alzavo, camminando come fossi ubriaca, non riuscivo nemmeno a vedere. Fuori c'era un vento pazzesco, sembrava quasi una tormenta, passavo in mezzo alla gente che si era radunata per vedere gli sportivi arrivare in cima al sagrato....a piedi tornavo in città, giù, per il sentiero.
Camminavo così veloce da arrivare vicino casa mia in un attimo.
Come se abitassi a due passi mentre erano km., mi fermavo nei pressi della casa di T. per aspettare la funivia che mi doveva portare chissà dove...del resto, la funivia riporta al Santuario.
Non arrivava e si era fatto notte, io stavo ancora male...tutto era così deprimente, oscuro. Una donna mi parlava...io nemmeno l'ascoltavo, le rispondevo automaticamente..."si"-"no"-"ha ragione".
Rinunciavo a prendere la funivia che non sarebbe mai passata, ne ero certa e mi incamminavo verso il centro città...la gente era fuori dalla mia realtà, io ero dietro un vetro, forse il mio contenitore, chiusa, intrappolata nella mia compressione, nel mio attacco di panico.

giovedì 13 ottobre 2016

Un mare di spazzatura

Mi trovavo con il mio ex marito a Roma, anche se era immersa nell'acqua, come Venezia.
Dovevamo arrivare in un punto della città e l'unico mezzo per poter raggiungere quel luogo era usare delle barche.
Era pieno di turisti e i traghetti erano affollati. Così decidevamo di rivolgerci ad un privato. Un tipo strano che ci era stato consigliato da una persona del luogo.
Inizialmente dovevamo salire su una barchetta di legno molto piccola. così piccola che a mala pensa ci stavano i nostri piedi. Inspiegabilmente restava a galla ma l'acqua era piena zeppa di spazzatura, plastica, carta, alghe, carcasse di animali, pezzi di legno....
Riuscivamo a traghettarci verso l'interno di una stanza molto grande, immersa per un terzo nell'acqua, chiusa da mura e grossi tendoni color porpora.
Dentro, immerso nell'acqua con tutte le zampe, c'era un bellissimo cavallo marrone scuro.
Mi domandavo come un cavallo potesse resistere in quello stato. C'era un recinto che lo teneva bloccato in un angolo.
Passavamo da quella barchetta striminzita ad una più grande e uscivamo fuori, alla luce...l'acqua non cambiava, sempre piena di tutta l'immondizia di questo mondo. Era una cosa angosciante e orrenda da vedere. Non esisteva un centimetro cubo di acqua pulita...di fronte a noi vedevamo la basilica di San Pietro.

martedì 11 ottobre 2016

La casa vittoriana

Sicuramente sono rimasta molto colpita da alcune immagini che ho visto ieri su internet. Immagini legate ai massacri di cartelli della droga e inevitabilmente ho avuto una trasposizione nel mio subconscio.
Nel sogno ero con mia zia, abitavo in una casa antica e in stile vittoriano, si trovava in un vicolo della mia città, vicino ai mercati di p.zza Venezia.
Mia zia viveva col suo compagno ed era molto strana, perfida, subdola, molto cattiva...mi trattava malissimo e mi voleva vendere agli avventori che si fermavano a dormire nella grande abitazione.
Mi rinchiudeva dentro, nella semi oscurità, le stanze rischiarate solo dalla luce che filtrava dalle alte finestre e nell'aria c'era un odore di carne putrefatta.
Avevo scoperto che gli sventurati che si fermavano a pernottare da noi non uscivano più. Lei li uccideva, dopo averli torturati, e li tagliava a pezzi. Alcuni, pur di salvarsi la vita, decidevano di passare al lato oscuro, a patteggiare col male, così, i non morti, con i segni delle torture, vagavano per le stanze, in cerca di cibo.
Cercavo di scappare da quel posto malvagio e folle.
Il sangue scorreva sui tavolacci di legno e lungo le pareti e tutto era così assurdo e inimmaginabile...eppure così palpabile.
La gente che passava di fuori salutava mia zia con affetto, con rispetto, non capivo se era perché la temevano oppure se non sapevano (o non volevano sapere), fatto sta che io ero quella "indisciplinata", quella che irriconoscente.
Arrivava un giovane, riuscivo a raccontargli tutto e lui mi credeva, terrorizzato da quello che aveva saputo, cercava di porre fine a quel massacro malvagio.
Voleva aiutarmi a fuggire e denunciare tutto.
Purtroppo senza riuscirci.
In un modo o nell'altro riuscivo a fuggire...con la mia macchina cercavo di andare lontano ma inizialmente i comandi non rispondevano e mia zia, da lontano, rideva sguaiatamente.
Le marce non entravano, il portello destro si apriva e non c'era verso di chiuderlo, mentre andavo restava aperto, pericoloso per i passanti...ero disperata.
In un modo o nell'altro, però, partivo. Cambiava la zona, mi trovavo nei pressi della casa delle mie cugine, la "casa" che spesso sogno, con le scale rovinate...la giornata era grigia e tutto sembrava deformato.
Finalmente mi trovavo al sicuro insieme a mio cugino e alla mogli, con i loro due figli. Raccontavo tutto, di fretta, chiedendo aiuto ma, inspiegabilmente, sentivo che non era ancora finita. mi sarei portata dentro, per sempre, l'odore della morte e del dolore, i miei sensi avrebbero per sempre ricordato la presenza del male.

giovedì 8 settembre 2016

La casa di mia zia Marisa

Questa notte ho fatto tre sogni distinti ma, purtroppo, ne ricordo solo uno, nonostante mi sia ripromessa di scriverli questa mattina...la mente li ha lasciati andare.

Entravo nella casa dove abitava mia zia Marisa e dove ho trascorso molti giorni della mia infanzia.
Non è la prima volta che la sogno e ogni volta è sempre più fatiscente.

Anche in questo sogno le scale erano faticosissime da fare, in marmo liscio, con un passamano quasi inesistente, tutte storte e non collegate tra loro.

Per arrivare all'appartamento di mia zia e delle mie cugine dovevo fare un'acrobazia, l'ultima rampa era piccola, pendeva nel vuoto e mi metteva molta ansia.

La casa è molto vecchia e nella realtà è sempre stata piuttosto particolare. Senza ascensore e con gradini pericolosi. Ricordo che quaqndo salivo e scendevo, sentivo vibrare il muro...pensavo che un giorno le scale sarebbero crollate nel vuoto.

Nel sogno provavo molta ansia e timore. Dovevo per forza arrivare al terzo piano ma c'erano molte ragnatele, alcune spesse, come quelle che si trovano nelle cantine buie. 


giovedì 25 agosto 2016

Piume bianche

Questa notte ho sognato la mia vecchia abitazione, quella che per diversi anni ha accolto la mia vita col mio ex marito.
Le stanze erano tutte in disordine, come se fosse imminente un trasloco, o come se qualcuno avesse tentato di trascinare i mobili fuori dal loro posto.
Nella cucina c'erano diverse gabbie con degli uccellini, potevano essere diamantini o canarini, però le loro piume erano bianche.
Alcuni di loro erano stremati, senza cibo e acqua, quasi in fin di vita.
In ogni stanza c'erano piume, soprattutto per terra, ma anche nell'aria, sui mobili, sulle tende, sul letto.
Spostavo qualcosa ed ecco piume...
Ero triste, molto. Non piangevo, ma ero molto sconfortata.,
Eppure con me c'era il mio ex marito, che mi faceva forza.
Tutto sembrava perduto nel tempo...immobile e lontano. 
Tutto...tranne le piume bianche.

lunedì 1 agosto 2016

Ratti

Questo sogno l'ho fatto venerdì notte.
Mi trovavao alla stazione di Genova, con Silvia. La stazione era molto decadente e all'interno si aggiravano diversi tossici.
Cercavano di rubare anche poche monete per farsi un buco.
Avevo molta paura e dicevo a Silvia di stare attenta.
Purtroppo, per fare il bigolietto, perdevamo il treno e ci toccava aspettare un'ora, decidevamo così di uscire dalla Stazione.
Fuori sembrava di essere a Roma, ma nella zona dei Fori Imperiali, c'era infatti una zona piena di scavi con pietre e colonne romane.
La particolarità stava nelle strade, ricoperte da topi morti,
la maggior parte di loro schiacciati dalle macchine, ma molti altri camminavano indisturbati. Alcuni molto grossi, altri meno...c'0era un'atmosfera di decadenza incredibile.

martedì 21 giugno 2016

L'arcolaio

Il sogno di questa notte è stato davvero surreale.
Ero con mia madre, stavo facendo la Cresima, in una grande Cattedrale, simile a quella della mia città ma molto più grande.
Le panche erano molto alte da terra e il terreno su cui erano appoggiate disconnesso.
Per camminare agevolmente avevano messo delle travi o dei cubi di legno o cartone.
Era comunque difficile restare in equilibrio.
C'erano il Vescovo e molti sacerdoti.
La funzione si svolgeva nella penomba illuminata solo dalle candele e la Chiesa era stracolma.
Una donna, ben vestita, si avvicinava a me e mi abbracciava. Diceva che ero uguale a sua figlia.
Piangeva disperata.
Mia madre interveniva dicendole di stare tranquilla, di smetterla, ma questa mi portava verso di se, quasi volesse portarmi via.
Mia madre interveniva con maniere brusche e la donna inveiva contro di lei e contro di me, con occhi da pazza, andandosene poi gridando parole senza senso.
Uscendo dalla Chiesa la città era invasa dalla spazzatura, per terra, in ogni angolo, c'erano sacchetti pieni di immondizia, acratacce, plastica, sparsi per strada. In mezzo a questo caos un uomo, dall'accento sembrava meridionale, filava lana su un gigantesco arcolaio.
Creava fili di ogni colore per dare forma a figure gigantesche che si muovevano e prendevano forma, come fossero vere.
Era affascinante vedere come, con questi fili riuscisse a tessere migliaia di colori, senza uno schema sotto gli occhi.
Io gli chiedevo come faceva, come era possibile, ma tutte le persone si fermava a guardare.
Nei pressi c'era un viadotto e proprio sotto la strada c'era una delle sue creazioni.
Una gigantesca figura umana, tessuta, che si muoveva, gesticolava, immensa, bellissima.
La gente guardava, osservava, camminava in mezzo alla spazzatura.
Volavano fogli di carta, scalciavano bottigliette di plastica.
I gabbiani volteggiavano in cerca di cibo.
Era tutto normale.
L'anormalità era quest'uomo, il suo arcolaio immenso e le figure colorate che prendevano vita dalle sue mani.

lunedì 16 maggio 2016

La pazza con gli occhi color madreperla

Nel sogno ancora tantissima gente. Era stata aperta la cattedrale per l'anno Santo. C'era una grande processione, molta gente, tanti bambini, le suore. Per poter arrivare all'altare si faticava dalla folla che occupava il centro e le navate, ma lo spettacolo era rappresentato dal secondo altare che si trovava in alto, alla fine di una salita a larghi gradoni di marmo, e che era accessibile solo in quell'occasione. Era tutta illuminata e ricca di decori in oro e affreschi. Si accedeva anche attraverso passaggi laterali aperti in piccoli archi in colonnine di marmo e a guglie, che collegavano all'altare principale. Da questa discesa scendeva, in processione, il Vescovo. Io guardavo questo cerimoniale con occhi sospettosi. Dov'era la povertà tanto predicata da Gesù? Mi ritrovavo poi in strada dove c'era molta altra gente...tra questi una donna, d'età, aveva la faccia dipinta col cerone bianco e gli occhi fissi, color madreperla. In testa aveva i capelli acconciati come grossi nastri da pacchi sistemati a coccarda ed era ferma, immobile. Voleva farmi del male, a me, a mia figlia. Riusciva ad avvicinarla e darle un piccolo pinguino di pezza. Dovevo già tenere mia figlia al sicuro da un tizio che bazzicava vicino la palestra e che non mi piaceva, uno con capelli corti e neri. Cercavo di scappare con la mia vecchia vespa special bianca e davo il mio motorino Bravo a mia figlia. Avevamo difficoltà a prenderlo perché era posteggiato fra tre pantere nere, due femmine e un maschio. Erano docili nonostante si avvicinassero ad annusarci e ci guardassero fisse con i loro occhi gialli. Il motorino non partiva, la pazza si avvicinava, avevo paura, era stata tolta la valvola alla ruota ed era a terra. Mi aiutava il meccanico, Andrea, mentre mio fratello Andrea mi diceva qualcosa a proposito della Vespa. Alla fine riuscivamo, io e mia figlia, ad allontanarci da quella follia collettiva (anche dal meccanico c'era gente, sembrava un'osteria) e andavamo vera casa di mia madre. Era notte e nel traffico non la vedevo, era sul motorino, temevo si facesse male. Arrivavamo a casa di mia madre, fuori ad aspettare c'era il suo compagno con il mio cane e con mio fratello. Mia madre non c'era, sparita, non avevano le chiavi per entrare e le mie erano rimaste in una borsa sportiva, dal meccanico. Urlavo, gridavo frustrata perché alla fine dovevo tornare là, dal meccanico, nella confusione, dalla pazza con gli occhi color madreperla che mi odiava.

Il mio nome

Nel sogno c'era così tanto traffico che le macchine rinunciavano a seguire il semaforo e ognuno proseguiva, svoltava, si fermava, quando ne aveva voglia. Incontravo Baldo G., mi faceva vedere dei dipinti fotocopiati in b/n, c'era una poltrona, altri due soggetti che non ricordo...poi ritornava, sempre con la stessa fotocopia, aveva dipinto una rosa, sempre in bianco e nero. (Baldo è morto tre anni fa).
Mi ritrovavo nella rampa di scale dove un tempo abitava mia zia, è sempre stata poco sicura, antica, di marmo, traballante, con il passamano molto basso. 
Ho sempre avuto paura di quelle scale. 
C'era oscurità, la vicina aveva lasciato due sedie di plastica ad ostruire il passaggio alla rampa superiore ed un enorme pannello con un messaggio scritto in rilievo e tante foto. Era per me. Sembrava un matrimonio, o un ritrovo, donne sedute su una tavola gigantesca di legno massiccio. Sopra il tavolo c'erano dei neonati vestiti d'argento che rotolavano su se stessi (si muovevano dentro la foto). 
Sul muro leggevo, inciso, il mio nome e lo rileggevo anche sul tabellone...uscivo fuori, c'erano tagliaerba, segavano rami, siepi, fiori...i papaveri, presto avrebbero eliminato anche quelli. 
Nulla restava dopo il loro passaggio. 
Tagliavano senza pietà. Nel sogno incontravo Lucia e la Lolly, Claudio e Benia. 
Cercavo un po' di tranquillità e finivo in casa di Giuseppe, era seduto dietro la scrivania piena di fogli disegnati, bozzetti, schizzi, appunti. Metteva della musica moderna, non mi piaceva, lo guardavo, cambiava con del soul jazz...mi sedevo sulle sue gambe e lo abbracciavo, la testa nascosta nel suo collo ad ascoltare la musica. Finalmente ero in pace.

giovedì 5 maggio 2016

CONCHIGLIA

Nel sogno mi trovavo con mio fratello, Cinzia, Lucio e altre persone in un posto chiamato Punta Chiappa.
Il percorso per raggiungere questa piccola perla di mare era diverso dal solito.
Bisognava passare attraverso scalette costruite dentro piccole caverne di gesso e marmo, tutte decorate con perle e conchiglie.
I passaggi a volte diventavano piccole stradine per poi tornare ad essere scale.
Dai fori che fungevano da finestre si poteva vedere piccoli scorci di mare e Pini Marittimi che si tuffavano dentro l'acqua.
Era bellissimo.
Mentre raggiungevo il posto trovavo anche reti da pesca, fatte a mano e altri oggetti usati dai pescatori.
C'era molta luce e le pareti erano tutte imbiancate con la calce.
Per certi versi sembrava quasi di essere in Grecia.
Il sole splendeva e si respirava aria salmastra.
Dopo aver camminato per parecchio tempo trovavamo un piccolo bar chiamato "Tortuga".
Era bellissimo soprattutto perché si poteva raggiungere solo a piedi oppure in barca, ma una barca piccola, come un leudo o un gozzo.
Dentro era tutto arredato con oggetti che ricordavano i Pirati, botti di legno, coltellacci, tavolini alti dove alcune persone erano sedute a bere una birra.
Il proprietario diceva che era una vitaccia tenere in piedi quel posto ma i clienti ripagavano la fatica.
Sul soffitto pendevano altre reti e i muri esterni erano anch'essi rivestiti di conchiglie, perle e altri piccoli fossili.
Era davvero una meraviglia.
Salutavamo il proprietario per tornare a casa, a malincuore.
Ma il sole stava tramontando e il rischio era quello di rimanere al buio.

sabato 2 gennaio 2016

La mosca cavallina

C'era C. Era vestita da militare, con berretto e divisa d'ordinanza. Era stara esiliata e non poteva più mostrarsi in giro. Si era camuffata con queste vesti per passare inosservata e poter lasciare la città, fuggire dalle persone, dalle maldicenze, dal passato. 
Veniva a salutarmi e, in un lungo abbraccio, piangeva. 
La vedevo allontanarsi con un senso di sconfitta nel cuore. 

Preparavo poi una borsa sportiva, capiente. Dentro c'erano tante cose, documenti, qualche vestito, alcuni oggetti e una giacca da montagna, di quelle piene di cerniere e scomparti utili a chi fa trekking o alpinismo. 
Era rossa. 
Dovevo dare tutto a Mohamed e assicurarmi che trovasse la borsa senza essere visto dai suoi dirigenti. Riuscivo a posizionare la borsa lungo la riva di un fiume, non troppo nascosta alla vista. Sembrava una bomba. Avevo paura di creare attenzione ma, fortunatamente, lui arrivava e recuperava tutto. 
Facevo in tempo a salutarlo prima che entrasse nella fabbrica. 
Salivo su un bus insieme a Giotto, mio cugino A. mi indicava un posto comodo dove sistemarmi, il mio viaggio era lungo. 
Dal finestrino vedevo alcuni uomini affannarsi per recuperare mosche cavalline, era tempo di raccolto e questi insetti erano preziosi quanto difficili da catturare.

 Successivamente, M., mi prestava la sua macchina (non ricordo il motivo), e dovendo fare retromarcia, essendo una 500, ricordavo che aveva un metodo diverso. Dovevo spingere il cambio in basso e portarlo in avanti. La leva del cambio si spezzava in due. 
Ero molto rammarricata da questo accadimento ma, facendomi coraggio, andavo dal proprietario. M. non era preoccupato e mi tranquillizzava dicendomi che tutto si sarebbe sistemato con un po' di colla.

venerdì 1 gennaio 2016

1 Gennaio 2016 (Bruegel)

Il primo sogno del 2016. Mi trovavo in un paese identico a quelli dipinti da Bruegel. Le persone erano vestite come quelle rappresentate nelle sue opere. Mi venivano a cercare perché la Filli aveva ucciso un caprone. Io mi disperavo e gridavo a tutti che era impossibile, era così buona e dolce...inoltre sapevo che non c'era più. Eppure la vedevo, era lì, bella, fiera e spaventata.volevano sopprimerla e io cercavo di abbracciarla per portarla via e salvarla. Continuavo a gridare la sua innocenza, spingendomi in mezzo alla folla.

Un sogno di cacca (30 dicembre 2015)

Che sogno strano. Ancora in una città come Genova. Traffico, vecchi palazzi, rumore, gente, confusione. Incontravo un uomo, età media, guidava una Honda Civic (chissà perché). Non aveva capelli ed era longilineo e alto. Lo avevo conosciuto in chat. Una di quelle dove si fanno incontri. Parlavamo di tante cose ma io generalizzavo per non entrare troppo nel privato. Cercava di passare con l'auto tra una macchina posteggiata e una casa. Guardava se c'era spazio. In pratica saliva con l'auto su un marciapiede. Un cane aveva fatto una cacca gigantesca ed un uomo, con dei camperos, ci metteva dentro il piede sinistro. Scendevo dall'auto e raccoglievo questa montagna di m... (chissà perche?). Col mio sacchetto pieni di cacca salutavo il mio chat amico con alcuni baci. Voleva rivedermi ma gli dicevo che era impossibile perché dovevi pensare a mia figlia e non avevo tempo. Mentre buttavo il sacchetto pieno di cacca nell'immondizia pensavo "se saran rose fioriranno".
Chissà, questo sogno potrebbe essere la metafora della mia vita?! Penso ad una frase di De André. "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior."

mercoledì 9 dicembre 2015

Ebola

Un sogno quasi profetico. Un mix tra un romanzo di King e realtà.
La terra veniva sterminata dal virus Ebola. Colpiti uomini, donne e bambini tranne gli animali. I pochi superstiti si rifugiavano dentro una caverna (simile alle grotte di Toirano). 
Non potevano bere l'acqua del suolo perché contaminata anch'essa. Ogni persona si chiudeva all'interno di questo rifugio naturale insieme al suo egoismo, narcisismo, arroganza e preconcetto. Il dramma era dover vivere 24 su 24 l'uno accanto all'altro. 
Ottusi nell'ottusità del silenzio. 
Leoni, elefanti, scimmie, riprendevano possesso legittimo del loro territorio e venivano a cercare chi aveva tentato di sterminarli. 
Un grosso Leone cercava di entrare dentro il rifugio per mangiare. Un enorme elefante calpestava il suolo sopra la caverna. 
Un uomo si sentiva male. Era pieno di bitorzoli enormi sul volto. La maggioranza decideva di portarlo fuori dal rifugio a cercare qualche rimedio. Una volta usciti, i "sopravvissuti" si accorgevano che la vita aveva ripreso. 
C'erano tante persone fuori. 
C'era traffico e movimento. 
Sconcertati cercavano un ospedale. Il dottore diagnosticava che i rigonfiamenti sul volto deforme erano la causa naturale del fisico che aveva creato una barriera per proteggersi dal contagio. 
I "sopravvissuti" scoprivano di essere stati confinati nella grotta come i lebbrosi anticamente. 
Non erano immuni ma al contrario infetti. Ormai l'ebola era sparita e loro erano stati dimenticati dal mondo.

mercoledì 25 novembre 2015

Notte e vento

In questo sogno c'era un appartamento costruito negli anni 60/70. Con ampie vetrate e un'architettura di tipo moderno ma orrendo. Non c'erano tapparelle ma delle tendine simili a quelle della scuola ed una parete piena di vecchi contatori. I cavi elettrici erano marci. Una piccola tendina sudicia ne copriva una piccola parte. Mi trovavo in quel luogo con mia figlia ed era notte. Fuori c'era molto vento. L'atmosfera era decadente. Uscivo per controllare che tutto fosse a posto e ogni tanto sentivo dei rumori. Vetri in frantumi, urla. Un vecchio riparava un bimbo dalla caduta di un (forse) vaso. Dovevo rientrare. Troppo pericoloso. Tutto troppo strano. In casa, il pavimento, era pieno di urina. Alice mi diceva che non era stata lei. Il vento continuava a ululare attraverso gli alberi e i palazzi. Vedevo nella mente un altro luogo. Tanti bambini uccisi in una stanza. Sembravano dormire. Dovevo scappare da quel luogo e portare con me mia figlia. Entravo in un'auto (una Citroen), molto vecchia, carrozzeria squadrata. Per strada c'erano pezzi di altre auto (un incidente?), pezzi di vasi con piante, rotti (il vento). Mia figlia guidava per un pezzetto (ferma, devo mettere la retromarcia e non sei capace). L'unica cosa che davvero contava era fuggire da quei contatori, dal vento, dalla morte.

venerdì 31 luglio 2015

Un bacio mortale

Mi trovavo in una piazza secondaria della mia città.
Il negozio di frutta e verdura, dove abitualmente compro, aveva installato un grandissimo scivolo tutto rosa, con figure di cartoni animati per bambine.
La cosa assurda era che bisognava salire dalla parte dello scivolo e poi scendere, ma senza usare la scala tipica degli scivoli e affidarsi a delle corde appese. Erano tre.
Una aveva un cappio, una era piuttosto sottile e pericolosa, la terza, invece era robusta.
Provavo a scendere con quella sottile per poi capire immediatamente che era quella sbagliata.
Una volta arrivata a terra entravo dentro il negozio per ritrovarmi in realtà in una cucina.
Una stanza che non ho mai visto.
Le tapparelle della cucina erano tutte abbassate, la stanza era illuminata da una luce gialle, forse quella della cappa.
Sapevo che fuori c'era un giardino e un sentiero, che collegava la casetta ad altre.
Per raggiungere quel posto bisognava camminare sopra enormi tronchi d'albero.
Nella mia mente ripassavo il percorso quando entrava un uomo.
Lo conoscevo, ci eravamo frequentati per qualche tempo, anni fa.
L'attrazione era sempre identica, tant'é vero che mi baciava appassionatamente.
Però il mio palato iniziava a gonfiarsi.
Il palato e la lingua.
Mi toccavo il palato con un dito, sembrava che fosse caduto, non sentivo dolore ma non riuscivo a parlare.
Provavo un senso di soffocamento tremendo.


venerdì 3 luglio 2015

Surf sulle onde sonore

Ho sognato che ero andata a trovare un signore molto vecchio in una residenza protetta. 
La villa era bellissima. Tutta affrescata. Stile vittoriano. Per scendere al piano terra (o per salire) non c'erano scale, solo una piattaforma. 
Salivo sulla piattaforma con mia figlia. Mentre scendeva mi accorgevo di essere al limite del bordo. Non c'erano pareti, rischiavo di cadere giù. 
Allora mi mettevo al centro e d'improvviso, la piattaforma, perdeva stabilità. Si trasformava in una tavola da surf gigante e io, con mia figlia, dovevamo fare evoluzioni pazzesche sulle onde sonore. Perché erano onde create dal rumore, non dal mare. Giravamo come ventole fino ad arrivare al piano terra, mentre la tavola si trasformava in materasso.
 Alla fine del sogno suonavo la pianola di mia figlia che non aveva tasti neri e alcuni dei bianchi erano vuoti nella parte superiore.