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giovedì 20 aprile 2017

Attacco di panico D.A.P. (DAP)

Nel sogno il tempo era così brutto e orrendo che le nubi scure, violacee, coprivano totalmente il cielo da farlo sembrare all'imbrunire.
Ero vicino al sagrato del Santuario di N.S. di Montallegro e c'era una gara di qualcosa...un evento sportivo, tutta la cittadinanza ne era coinvolta.
Stavo male, iniziavo ad accusare ansia, profonda, forte, un malessere nel cuore, come un inizio di infarto...una compressione al petto e non sapevo che fare, mi dirigevo dentro il Santuario e cercavo un posto per sedermi, per poter respirare.
Trovavo una cripta, di pietra, antica, mi sedevo sotto un arco, anch'esso di pietra...cercando di far entrare aria nei polmoni, ero come un pesce appena pescato, boccheggiavo, mentre il senso di oppressione aumentava.
Allora ecco che mi si avvicinava C, un mio ex compagno di classe delle elementari, mi diceva di stare calma, di rilassarmi, che presto sarebbe tutto passato e mentre mi parlava il suo volto si trasformava in quello di M., morto lo scorso anno, a 44 anni, cugino di C., anche lui cercava di aiutarmi, mi rassicurava, ma io ero così triste, così depressa, piena di paura...volevo scappare, ed ecco il suo volto diventare L., il mio ex marito e poi trasformarsi in A., papà di Alice....ad un certo punto lui si alzava ed era di nuovo C., andava a cercare la mia amica T., voleva chiedere cosa poteva fare per aiutarmi, ma non era più lui, la sua anima era F., lo percepivo...
Mentre ero seduta vedevo un grosso ragno uscire da una crepa nella pietra, cercava cibo...gli gettavo dei pezzetti di qualcosa che non ricordo e l'aracnide lo agguantava tra le sue zampe avvolgendolo nella sua tela e nascondendolo dentro la tana...
Ero ipnotizzata, sentivo che qualcosa mi chiamava, mi bisbigliava di andare via, per sempre.
Volevo piangere ma non ci riuscivo e stavo malissimo.
Nel frattempo C. tornava, sentivo la sua presenza forte, percepivo il suo desiderio di aiutarmi ma allo stesso tempo volevo scappare, non volevo sentirmi legata a niente, a nessuno, nessun debito di riconoscenza, volevo superare questo stato da sola.
Mi alzavo, camminando come fossi ubriaca, non riuscivo nemmeno a vedere. Fuori c'era un vento pazzesco, sembrava quasi una tormenta, passavo in mezzo alla gente che si era radunata per vedere gli sportivi arrivare in cima al sagrato....a piedi tornavo in città, giù, per il sentiero.
Camminavo così veloce da arrivare vicino casa mia in un attimo.
Come se abitassi a due passi mentre erano km., mi fermavo nei pressi della casa di T. per aspettare la funivia che mi doveva portare chissà dove...del resto, la funivia riporta al Santuario.
Non arrivava e si era fatto notte, io stavo ancora male...tutto era così deprimente, oscuro. Una donna mi parlava...io nemmeno l'ascoltavo, le rispondevo automaticamente..."si"-"no"-"ha ragione".
Rinunciavo a prendere la funivia che non sarebbe mai passata, ne ero certa e mi incamminavo verso il centro città...la gente era fuori dalla mia realtà, io ero dietro un vetro, forse il mio contenitore, chiusa, intrappolata nella mia compressione, nel mio attacco di panico.

venerdì 4 luglio 2014

Il ghetto di Doré

Questa notte ho realizzato l'incubo perfetto.
In questo grande quartiere, popolato dal dispiacere, ho materializzato ogni singolo momento della mia vita in cui ho sofferto.
C'era un enorme palazzo diviso in tanti settori, proprio come un disegno che vidi tempo fa, di Gustave Doré.
In ogni spicchio c'era qualcuno.
Io passavo a bussare e a salutare. Camminavo sopra un tappeto di topi e l'aria era gelatinosa.
Non sorridevo, non parlavo, piangevo, semplicemente.
Non cambia niente.
Non una persona si dimostrava diversa, nonostante io chiedessi scusa ad alcune di esse.
Sulle spalle avevo due ali di sensi di colpa.
Non potevo volare perché erano pesanti e lo diventavano ancora di più attraverso il tempo.
Guardavo mia figlia, che era al mio fianco.
Avrei voluto liberarla da questa peso ma tutto era quasi immobile.
Quasi.
Ogni cosa si spostava a scatti, lentamente...

Gustave Doré

martedì 18 marzo 2014

Il Pozzo Nero

Ancora un sogno con un pozzo.

Dentro al pozzo la mia bambola, quella che mi aveva portato Babbo Natale, avevo 9 anni, ci credevo ancora, credevo ancora a molte cose.

Poi dentro al pozzo c'è finita mia zia, con il suo bastone...la vedevo, camminava nel fango e ripeteva senza sosta "non ci vedo, da quest'occhio vedo a metà e da quest'altro non vedo più niente".


Nella realtà in diversi ci domandiamo come fa a non vedere e allo stesso tempo notare ogni piccolo pezzetto di carta...


"non ci vedo, da quest'occhio vedo a metà e da quest'altro non vedo più niente".


Poi si è dissolta, insieme alla mia bambola.
Nel pozzo sono entrate le mie lacrime.
Il pozzo era vicino al cinema dove lavorava mio padre.


"non ci vedo, da quest'occhio vedo a metà e da quest'altro non vedo più niente".


E' l'egoismo a rendere ciechi.
Almeno lei, dall'altro occhio, vede a metà. Qualcuno crede di vedere ma non ha nemmeno gli occhi.

sabato 15 marzo 2014

La visita dei morti.

E' la seconda volta, in questa settimana, che sogno due persone morte che mi parlano.
La prima volta ho sognato mia nonna.
Nel sogno mi trovavo nel suo letto matrimoniale, quello che aveva costruito, in legno, mio nonno.
Quello che ho condiviso con lei per tanti anni, perché non c'era posto, in casa, per un'altra stanza.
Lo stesso letto che l'ha portata ai suoi ultimi giorni.
...e preferisco non ricordare come era diventata.
Nel sogno, lei era sdraiata, sotto le coperte.
Mi parlava.
Come quando ero bambina.
Era serena, stava bene, ero io che invece avevo problemi, non ero piccola, ero in età adulta e le confidavo i miei pensiri, il mio dolore per mio padre, suo figlio.
La mancanza di incomunicabilità.
Lei mi diceva parole gentili che mi davano un po' di pace...Così vedevo me e lui, parlare e sistemare le cose.
Purtroppo la realtà è ben diversa, quello che mi colpisce è constatare come, quando io sto moralmente e profondamente male, lei torna...lieve, come quando era ancora viva.
Ogni volta che la sogno mi rendo conto di quanto mi manca.
E' stata più che una madre, è stata la mia vita e mi ha lasciata troppo presto.

Questa notte, invece, ho sognato una mia cliente, una signora anziana, che è mancata più di un anno fa.
In vita era una donna grintosa, senza tanti peli sulla lingua, piccolina di statura, ma una forza della natura.
Ha combattuto per tanti anni, da sola, perché vedova, per salvare la Ditta che era del marito e lasciarla intatta al figlio.
Nel sogno, lei era molto arrabbiata, mi diceva frasi, mi chiedeva cose, mi faceva domande....domande alle quali io non potevo rispondere.
Era davvero arrabbiata.
Tantissimo.
Io entravo in una chiesa e mi mettevo a pregare davanti alla statua di San Michele, sotto ad essa c'era alcune candele già consumate dalla fiammella ma io non avevo soldi per poterne accendere una..

Lei, anche dentro la chiesa, a voce bassa, con occhi infuriati continuava a ripetermi le stesse domande.
Era arrabbiata col mondo intero, con suo figlio, con le persone.
Perché le avevano tenuto nascosto alcune cose, tra queste, che il figlio si era sposato di nascosto senza dirle nulla.
Come è accaduto nella realtà.
Io stavo male, avevo paura, avrei voluto che se ne andasse, l'unica cosa che facevo era pregare e cercare di non ascoltare più.
Pregavo per me.
Perché nel sogno avevo la percezione dell'impossibilità di "vedere" una donna morta, viva.

In un secondo tempo, mi trovavo in ufficio e ricevevo due buste, grandi, piene di carta colorata, all'esterno, mi arrivavano da due persone, una ragazza di Cuneo e una di Milano.
Anche in quella situazione l'atmosfera non era bella, io stavo male, avevo la mente confusa e i miei colleghi sembravano come immagini riflesse su specchi deformanti.

Sono sogni che rivelano una condizione infelice....e spero che tutta questa angoscia passi, prima o opoi, che ci sia una soluzione, fosse anche rassegnazione nell'accettare che le persone sono spesso, molto , egoiste.

Detto questo.

Nonna, mi manchi tantissimo.

Ciao Vince, sei nel giusto ma non arrabbiarti, pregherò per te.

giovedì 6 marzo 2014

Esistenziale

Ci sono giorni che sono peggio degli incubi notturni.
Mesi che sono come passeggiate nei gironi dell'inferno.
Non ci è concesso nemmeno fermarci a piangere, perché basta guardare dietro l'angolo e vedere che c'è chi sta molto più male.
C'è anche chi non c'è più.
Chi ha un'ultima foto con la donna della sua vita e la notte l'ha portato via con se, per sempre.
C'è chi vive anche, ma è come uno spettro.
Cammina sui cocci del passato.
A volte si ferisce il piede, altre volte si ferisce il cuore.

Ci sono giorni che hanno più di 24 ore.

Ci sono notti che durano un secondo.

Poi c'è il tempo che sembra infinito, ma davanti allo specchio ti mostra la verità che non hai mai accettato.
E ti senti sconfitta.


venerdì 21 febbraio 2014

Il Treno e le foglie rosse

Ricordo poco, a parte la sensazione di una pellicola sottile, simile a quella che riveste i molluschi, appiccicata addosso.
Come un velo di tristezza, depressione e rassegnanzione che, nel sogno, rivestiva ogni singolo millimetro del mio essere.
Pensieri compresi.
Ero con due persone, un ragazzo e euna ragazza, avrò avuto circa 30 anni, come loro, forse loro erano più giovani.
Si parlava di scuola, di istruzione, di aule e metodi di insegnamento.
Mi sentivo così svuotata.
Ci trovavamo nel marciapiede di una stazione ferroviaria, e l'insegnante di educazione artistica, proettava un documentario sulle antiche scoperte. Compresi certi murales che arrivavano dall'America latina.
Roba strana, chiusa in dei grossi containers.
Alcuni sembravano rilievi di Ernst.
Io avevo un forte senso di nausea, volevo che quella lezione finisse, volevo che finisse tutto.
Mi allontanavo dai due ragazzi, mi sedevo su una terrazza, sopra la ferrovia, a guardare dall'alto tutti e tutto e il treno, che era appena arrivato, destinazione Viareggio, si muoveva, ma solo la locomotiva e alcuni vagoni, attraversava i binari, infischiandosene delle rotaie e si incastrava nelle  rotaie del primo binario, lasciando nel terzo parte dei restanti vagoni.
Qualcuno metteva una motrice in quei vagoni morti.
Mi domandavo solo come potesse viaggiare in senso contrario quel treno sul primo binario, senza rischiare la collisione.
Ma nessuno ci faceva caso, nemmeno al fatto che avesse, da solo, cambiato binari, senza lo scambio solito delle rotaie.
Tutto questo mi portava ad allontanarmi, mentre un forte impulso di vomitare mi bloccava la gola.
Mi ritrovavo in un sentiero di foglie cadute, rosse, arancioni. Sopra, i rami degli alberi, ancora pieni di altre foglie verdi e rosse, mi facevano da copertura.
Mi sentivo al sicuro in quel posto, il rumore dei passi, lievi, il silenzio.
Incontravo la sorella di E.O., non so cosa ci facesse li, tra di noi non c'è mai stata una grande simpatia, ma mi sorrideva.
Io ricambiavo, un po' perplessa, e proseguivo il mio cammino, lungo lo stretto viale di foglie rosso fuoco.
Mi sono svegliata, con la sensazione di quella pellicola viscida addosso e un grande senso di  impotenza...

venerdì 30 agosto 2013

Il pozzo dell'anima

Nel sogno tutto era desolante e perduto.
Ricordo una grande, enorme stanza, in fondo ad un lunghissimo cunicolo, come se fosse la fine di un pozzo.
L'aria era pesante, fredda, umida, densa...al centro di questa stanza un enorme lampadario di cristalli a goccia.
Appeso....dove....credo all'ultimo filo di speranza.
Quel filo rappresentato dalla lieve luce azzurrina che arrivava dall'alto, da quella apertura così lontana.
L'ambiente era blu. I colori erano blu, a tratti leggermente rischiarati.
Non c'era altro, il nulla.
Nessun movimento.
Immobilità totale.
Sentivo singhiozzare.
Ero io, che, in silenzio, piangevo.
Nella mia mente mi ripetevo che se quello era il luogo a me destinato non avrei mai voluto raggiungerlo.
Sapevo però che lo conoscevo benissimo, avendolo visitato molte volte durante la mia vita.
Era l'anima, dove si annidava la depressione.
La solitudine totale.
Un inferno vissuto in vita, già pronto ad accogliermi nella morte.