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lunedì 16 maggio 2016

La pazza con gli occhi color madreperla

Nel sogno ancora tantissima gente. Era stata aperta la cattedrale per l'anno Santo. C'era una grande processione, molta gente, tanti bambini, le suore. Per poter arrivare all'altare si faticava dalla folla che occupava il centro e le navate, ma lo spettacolo era rappresentato dal secondo altare che si trovava in alto, alla fine di una salita a larghi gradoni di marmo, e che era accessibile solo in quell'occasione. Era tutta illuminata e ricca di decori in oro e affreschi. Si accedeva anche attraverso passaggi laterali aperti in piccoli archi in colonnine di marmo e a guglie, che collegavano all'altare principale. Da questa discesa scendeva, in processione, il Vescovo. Io guardavo questo cerimoniale con occhi sospettosi. Dov'era la povertà tanto predicata da Gesù? Mi ritrovavo poi in strada dove c'era molta altra gente...tra questi una donna, d'età, aveva la faccia dipinta col cerone bianco e gli occhi fissi, color madreperla. In testa aveva i capelli acconciati come grossi nastri da pacchi sistemati a coccarda ed era ferma, immobile. Voleva farmi del male, a me, a mia figlia. Riusciva ad avvicinarla e darle un piccolo pinguino di pezza. Dovevo già tenere mia figlia al sicuro da un tizio che bazzicava vicino la palestra e che non mi piaceva, uno con capelli corti e neri. Cercavo di scappare con la mia vecchia vespa special bianca e davo il mio motorino Bravo a mia figlia. Avevamo difficoltà a prenderlo perché era posteggiato fra tre pantere nere, due femmine e un maschio. Erano docili nonostante si avvicinassero ad annusarci e ci guardassero fisse con i loro occhi gialli. Il motorino non partiva, la pazza si avvicinava, avevo paura, era stata tolta la valvola alla ruota ed era a terra. Mi aiutava il meccanico, Andrea, mentre mio fratello Andrea mi diceva qualcosa a proposito della Vespa. Alla fine riuscivamo, io e mia figlia, ad allontanarci da quella follia collettiva (anche dal meccanico c'era gente, sembrava un'osteria) e andavamo vera casa di mia madre. Era notte e nel traffico non la vedevo, era sul motorino, temevo si facesse male. Arrivavamo a casa di mia madre, fuori ad aspettare c'era il suo compagno con il mio cane e con mio fratello. Mia madre non c'era, sparita, non avevano le chiavi per entrare e le mie erano rimaste in una borsa sportiva, dal meccanico. Urlavo, gridavo frustrata perché alla fine dovevo tornare là, dal meccanico, nella confusione, dalla pazza con gli occhi color madreperla che mi odiava.

Il mio nome

Nel sogno c'era così tanto traffico che le macchine rinunciavano a seguire il semaforo e ognuno proseguiva, svoltava, si fermava, quando ne aveva voglia. Incontravo Baldo G., mi faceva vedere dei dipinti fotocopiati in b/n, c'era una poltrona, altri due soggetti che non ricordo...poi ritornava, sempre con la stessa fotocopia, aveva dipinto una rosa, sempre in bianco e nero. (Baldo è morto tre anni fa).
Mi ritrovavo nella rampa di scale dove un tempo abitava mia zia, è sempre stata poco sicura, antica, di marmo, traballante, con il passamano molto basso. 
Ho sempre avuto paura di quelle scale. 
C'era oscurità, la vicina aveva lasciato due sedie di plastica ad ostruire il passaggio alla rampa superiore ed un enorme pannello con un messaggio scritto in rilievo e tante foto. Era per me. Sembrava un matrimonio, o un ritrovo, donne sedute su una tavola gigantesca di legno massiccio. Sopra il tavolo c'erano dei neonati vestiti d'argento che rotolavano su se stessi (si muovevano dentro la foto). 
Sul muro leggevo, inciso, il mio nome e lo rileggevo anche sul tabellone...uscivo fuori, c'erano tagliaerba, segavano rami, siepi, fiori...i papaveri, presto avrebbero eliminato anche quelli. 
Nulla restava dopo il loro passaggio. 
Tagliavano senza pietà. Nel sogno incontravo Lucia e la Lolly, Claudio e Benia. 
Cercavo un po' di tranquillità e finivo in casa di Giuseppe, era seduto dietro la scrivania piena di fogli disegnati, bozzetti, schizzi, appunti. Metteva della musica moderna, non mi piaceva, lo guardavo, cambiava con del soul jazz...mi sedevo sulle sue gambe e lo abbracciavo, la testa nascosta nel suo collo ad ascoltare la musica. Finalmente ero in pace.

giovedì 5 maggio 2016

CONCHIGLIA

Nel sogno mi trovavo con mio fratello, Cinzia, Lucio e altre persone in un posto chiamato Punta Chiappa.
Il percorso per raggiungere questa piccola perla di mare era diverso dal solito.
Bisognava passare attraverso scalette costruite dentro piccole caverne di gesso e marmo, tutte decorate con perle e conchiglie.
I passaggi a volte diventavano piccole stradine per poi tornare ad essere scale.
Dai fori che fungevano da finestre si poteva vedere piccoli scorci di mare e Pini Marittimi che si tuffavano dentro l'acqua.
Era bellissimo.
Mentre raggiungevo il posto trovavo anche reti da pesca, fatte a mano e altri oggetti usati dai pescatori.
C'era molta luce e le pareti erano tutte imbiancate con la calce.
Per certi versi sembrava quasi di essere in Grecia.
Il sole splendeva e si respirava aria salmastra.
Dopo aver camminato per parecchio tempo trovavamo un piccolo bar chiamato "Tortuga".
Era bellissimo soprattutto perché si poteva raggiungere solo a piedi oppure in barca, ma una barca piccola, come un leudo o un gozzo.
Dentro era tutto arredato con oggetti che ricordavano i Pirati, botti di legno, coltellacci, tavolini alti dove alcune persone erano sedute a bere una birra.
Il proprietario diceva che era una vitaccia tenere in piedi quel posto ma i clienti ripagavano la fatica.
Sul soffitto pendevano altre reti e i muri esterni erano anch'essi rivestiti di conchiglie, perle e altri piccoli fossili.
Era davvero una meraviglia.
Salutavamo il proprietario per tornare a casa, a malincuore.
Ma il sole stava tramontando e il rischio era quello di rimanere al buio.