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lunedì 12 ottobre 2015

Sacro e Profano

Nel sogno c'era una grande Festa e veniva coinvolta tutta la città. Un'enorme parata di carri allegorici giganteschi venuti dall'America per festeggiare il Papa. 
Il Sacro e il Profano uniti per una colossale sfilata di follia collettiva.
Io ero con alcuni amici e con me c'era la Filli.
Le case, grazie a degli interventi spesso non autorizzati, assumevano caratteristiche strutturali diverse. Le pareti si spostavano, scivolando nel sottosuolo, diminuendo il loro volume. Tanti dicevano che gli amministratori avevano speculato su questo progetto. Era bellissimo veder cambiare i palazzi sotto i miei occhi. Diventare piccole ville anziché giganteschi condomini. I carri americani erano splendidi. Allegoria sulla morte, allegoria sulla vita...ognuno portava con se persone mascherate che sembravano arrivare da un altro pianeta. La gente impazziva dallo stupore. Tutti soggiogati da queste meraviglie. Alcuni dei carri mi ricordavano i camion del libro "I Vendicatori" di King. Nel carro della morte c'era una gigantesca macchina funebre che ospitava persone vestite da mummia, zombie ma anche morti per incidenti, vampiri. Ognuno con un suo ruolo. Ogni carro era una parte dell'esistenza umana portata agli eccessi. Tutti facevano il confronto con i carri di Viareggio che nulla avevano a che fare con questi. I bigotti del paese erano in festa. Tutti felici perché c'era questa "processione" che ridicolizzava il sistema. Tutti ad adorare il "vitello d'oro". Il Papa però non si vedeva. C'era pieno di cani e la mia Filli giocava. Il marito d'una mia amica ci provava con me. Era invadente. Ad un certo punto mi stava letteralmente attaccato come una zavorra. Io ero presa dalla follia collettiva della festa dei pazzi, un po' come nel Gobbo di Notre Dame, ma capivo che la situazione trascendeva il mio controllo. Nonostante tutto rimanevo al mio posto. La grande parata era finita. Il Papa doveva ancora arrivare. Le case si mettevano a posto e con gli amici andavamo a mangiare in un cimitero ristrutturato per l'occasione. Le tombe erano state rimosse e spostate poco più in là, mentre nel terreno erano stati collocati divani che ricordavano l'epoca romana, ma a baldacchino, per la privacy. La ghiaia per terra scricchiolava sotto ogni mio passo profanatore di quel suolo sacro. Le beghine, i bigotti del paese erano tutti li. Cucinavano. Lavoravano a maglia. Sputavano sentenze. Ad un certo punto intonavano una canzone, una di montagna...io mi univo al coro, stonando. Volevo andarmene ma la Filli non c'era più. La chiamavo. La chiamavo fino a perdere la voce. Trovavo un piccolo cane che sembrava impiccato. Era dentro un officina nelle vicinanze. Il proprietario mi spiegava che era vivo, doveva tenergli il collo bloccato in un occhiello di metallo, appeso, e una zampa bloccata perché aveva una malformazione e non poteva lasciarlo libero. Gli dicevo che per fare una vita così era meglio sopprimerlo...ma allo stesso tempo pensavo che a ridurlo così fosse stato proprio il suo proprietario. Scappavo. Ancora cercavo la Filli. Per le strade...finalmente arrivava, con le orecchie abbassate, timorosa di essere sgridata...e io, finalmente ero in pace.