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mercoledì 9 dicembre 2015

Ebola

Un sogno quasi profetico. Un mix tra un romanzo di King e realtà.
La terra veniva sterminata dal virus Ebola. Colpiti uomini, donne e bambini tranne gli animali. I pochi superstiti si rifugiavano dentro una caverna (simile alle grotte di Toirano). 
Non potevano bere l'acqua del suolo perché contaminata anch'essa. Ogni persona si chiudeva all'interno di questo rifugio naturale insieme al suo egoismo, narcisismo, arroganza e preconcetto. Il dramma era dover vivere 24 su 24 l'uno accanto all'altro. 
Ottusi nell'ottusità del silenzio. 
Leoni, elefanti, scimmie, riprendevano possesso legittimo del loro territorio e venivano a cercare chi aveva tentato di sterminarli. 
Un grosso Leone cercava di entrare dentro il rifugio per mangiare. Un enorme elefante calpestava il suolo sopra la caverna. 
Un uomo si sentiva male. Era pieno di bitorzoli enormi sul volto. La maggioranza decideva di portarlo fuori dal rifugio a cercare qualche rimedio. Una volta usciti, i "sopravvissuti" si accorgevano che la vita aveva ripreso. 
C'erano tante persone fuori. 
C'era traffico e movimento. 
Sconcertati cercavano un ospedale. Il dottore diagnosticava che i rigonfiamenti sul volto deforme erano la causa naturale del fisico che aveva creato una barriera per proteggersi dal contagio. 
I "sopravvissuti" scoprivano di essere stati confinati nella grotta come i lebbrosi anticamente. 
Non erano immuni ma al contrario infetti. Ormai l'ebola era sparita e loro erano stati dimenticati dal mondo.

mercoledì 25 novembre 2015

Notte e vento

In questo sogno c'era un appartamento costruito negli anni 60/70. Con ampie vetrate e un'architettura di tipo moderno ma orrendo. Non c'erano tapparelle ma delle tendine simili a quelle della scuola ed una parete piena di vecchi contatori. I cavi elettrici erano marci. Una piccola tendina sudicia ne copriva una piccola parte. Mi trovavo in quel luogo con mia figlia ed era notte. Fuori c'era molto vento. L'atmosfera era decadente. Uscivo per controllare che tutto fosse a posto e ogni tanto sentivo dei rumori. Vetri in frantumi, urla. Un vecchio riparava un bimbo dalla caduta di un (forse) vaso. Dovevo rientrare. Troppo pericoloso. Tutto troppo strano. In casa, il pavimento, era pieno di urina. Alice mi diceva che non era stata lei. Il vento continuava a ululare attraverso gli alberi e i palazzi. Vedevo nella mente un altro luogo. Tanti bambini uccisi in una stanza. Sembravano dormire. Dovevo scappare da quel luogo e portare con me mia figlia. Entravo in un'auto (una Citroen), molto vecchia, carrozzeria squadrata. Per strada c'erano pezzi di altre auto (un incidente?), pezzi di vasi con piante, rotti (il vento). Mia figlia guidava per un pezzetto (ferma, devo mettere la retromarcia e non sei capace). L'unica cosa che davvero contava era fuggire da quei contatori, dal vento, dalla morte.

lunedì 2 novembre 2015

Foglie come spilli

Ho sognato la mia città. Era piena di gente, tantissima. Doveva essere un giorno di Festa, come il Natale. 
Era giorno e il cielo era pieno di nubi. Le persone erano impazzite, tutte ad acquistare qualcosa di nuovo, tecnologico, inutile, costoso. 
Camminavo lungo i marciapiedi, ad ogni mio passo si rompeva un pezzo di pavimentazione mentre i piedi degli altri sprofondavano nella cacca. 
Ad un certo punto, girando l'angolo di una via vedevo un muro altissimo, ad angolo retto, con capitelli dalla forma antica. 
Era immenso. Bellissimo. Dentro era circoscritto un cimitero dove, i parenti, prendevano l'aperitivo, i bambini giocavano con i tablet (era vietato il gioco del pallone e andare in bici). 
Dai grossi alberi, forse platani, cadevano foglie, si trasformavano in spilli, durante la caduta.
A me cadevano i denti. Mi guardavo allo specchio e i denti nuovi avevano la corona bianca simile alle Calle e il pistillo giallo. 
Mentre guardava i miei strani denti venivo trafitta dagli spilli. 
Avevo due paia di calzini. Uno rosso, a sinistra, e uno bianco e sopra portavo dei collant di pizzo bianco.

lunedì 12 ottobre 2015

Sacro e Profano

Nel sogno c'era una grande Festa e veniva coinvolta tutta la città. Un'enorme parata di carri allegorici giganteschi venuti dall'America per festeggiare il Papa. 
Il Sacro e il Profano uniti per una colossale sfilata di follia collettiva.
Io ero con alcuni amici e con me c'era la Filli.
Le case, grazie a degli interventi spesso non autorizzati, assumevano caratteristiche strutturali diverse. Le pareti si spostavano, scivolando nel sottosuolo, diminuendo il loro volume. Tanti dicevano che gli amministratori avevano speculato su questo progetto. Era bellissimo veder cambiare i palazzi sotto i miei occhi. Diventare piccole ville anziché giganteschi condomini. I carri americani erano splendidi. Allegoria sulla morte, allegoria sulla vita...ognuno portava con se persone mascherate che sembravano arrivare da un altro pianeta. La gente impazziva dallo stupore. Tutti soggiogati da queste meraviglie. Alcuni dei carri mi ricordavano i camion del libro "I Vendicatori" di King. Nel carro della morte c'era una gigantesca macchina funebre che ospitava persone vestite da mummia, zombie ma anche morti per incidenti, vampiri. Ognuno con un suo ruolo. Ogni carro era una parte dell'esistenza umana portata agli eccessi. Tutti facevano il confronto con i carri di Viareggio che nulla avevano a che fare con questi. I bigotti del paese erano in festa. Tutti felici perché c'era questa "processione" che ridicolizzava il sistema. Tutti ad adorare il "vitello d'oro". Il Papa però non si vedeva. C'era pieno di cani e la mia Filli giocava. Il marito d'una mia amica ci provava con me. Era invadente. Ad un certo punto mi stava letteralmente attaccato come una zavorra. Io ero presa dalla follia collettiva della festa dei pazzi, un po' come nel Gobbo di Notre Dame, ma capivo che la situazione trascendeva il mio controllo. Nonostante tutto rimanevo al mio posto. La grande parata era finita. Il Papa doveva ancora arrivare. Le case si mettevano a posto e con gli amici andavamo a mangiare in un cimitero ristrutturato per l'occasione. Le tombe erano state rimosse e spostate poco più in là, mentre nel terreno erano stati collocati divani che ricordavano l'epoca romana, ma a baldacchino, per la privacy. La ghiaia per terra scricchiolava sotto ogni mio passo profanatore di quel suolo sacro. Le beghine, i bigotti del paese erano tutti li. Cucinavano. Lavoravano a maglia. Sputavano sentenze. Ad un certo punto intonavano una canzone, una di montagna...io mi univo al coro, stonando. Volevo andarmene ma la Filli non c'era più. La chiamavo. La chiamavo fino a perdere la voce. Trovavo un piccolo cane che sembrava impiccato. Era dentro un officina nelle vicinanze. Il proprietario mi spiegava che era vivo, doveva tenergli il collo bloccato in un occhiello di metallo, appeso, e una zampa bloccata perché aveva una malformazione e non poteva lasciarlo libero. Gli dicevo che per fare una vita così era meglio sopprimerlo...ma allo stesso tempo pensavo che a ridurlo così fosse stato proprio il suo proprietario. Scappavo. Ancora cercavo la Filli. Per le strade...finalmente arrivava, con le orecchie abbassate, timorosa di essere sgridata...e io, finalmente ero in pace.

martedì 8 settembre 2015

Il Paese fatto di scale

Nel sogno di questa notte mi trovavo in un paesino di campagna. 
Le case erano tutte molto piccole, le strade erano tutte fatte di scale in pietra ed erano strette, alte, intricate, come un labirinto di Escher. 
Erano scavate dentro la roccia, quindi la luce era poca. C'era molta gente, paesani più che altro. Una Trattoria, una Pescheria con una bella vasca bianca per i pesci (scavata nella roccia e verniciata di bianco), c'erano bambini e anziani, cani (anche la mia Filli). 
C'era mia madre, i miei zii, c'era la nonna paterna di Alice, i suoi zii, c'era anche Alice. 
Io facevo una fatica terribile a salire e scendere, dovevo stare curva perché i soffitti erano bassi e, spesso, dovevo scavalcare dei muri, per potermi infilare in altre stradine, sempre fatte di scale. In questo posto c'erano anche Marco Paolo con la Brunnhi e Monica.
Non soffrivo di claustrofobia. Ero sempre alla ricerca della mia Filli, che andava a zonzo per le scale e non veniva mai da me.

Ascensori

Ho sognato Genova ma con un'atmosfera fiorentina. 
Pieno di gente, tantissima. In strada, seduti sulle aiuole, nei muretti. C'erano tantissimi cani. Un alano rincorreva qualcuno. Molti protestavano per tutti questi animali. Io avevo un cagnolino piccolo bianco. La situazione "strana" era che, per raggiungere casa mia, dovevo percorrere un labirinto fatto di ascensori. 
Ogni volta c'era il numero del mio civico, 19, scritto su foglietti di fortuna attaccati ai muri, ma era sbagliata l'indicazione. Io, carica di borse e valige, col cagnolino bianco, entravo e uscivo da questi ascensori, alcuni portavano a solai, altri a sotterranei, qualcuno nel vuoto...alla fine perdevo il cagnolino e mi ritrovavo, disperata, in mezzo alla gente, a cercarlo.

venerdì 21 agosto 2015

Ciao Filli

Oggi non parlerò di sogni, o forse si.
Perchè la mia cagnolina era un sogno.
Un sogno bellissimo fatto realtà.

Ieri sera mi ha lasciata Filli, di 15 anni e un mese.
Era nata il 22 luglio 2000.
Una bretoncina splendida, dolce e piena di amore, come tutti gli animali del resto.
L'amore incondizionato che mi ha regalato non lo potrò mai dimenticare.
Un'amica speciale.

Ciao Filli, rimarrai per sempre nel mio cuore. Un giorno ci ritroveremo, nei boschi che amavi tanto, faremo lunghe camminate e quando avrai sete ci fermeremo a bere in qualche ruscello e ti darò i biscottini che ti piacevano tanto.

Riposa in pace amica mia. Ora non soffri più.

La tua amica più sincera.

Per sempre. Nei miei ricordi. 

Per sempre....

Simona

martedì 11 agosto 2015

La Grande Parata

Nel sogno di questa notte mi trovavo in Via Mameli, nella biforcazione che congiunge questa arteria con Via della Libertà. 
C'era ancora il vecchio muro che recintava la "ciminiera" (quella abbattuta per far posto alla Chiesa).
Era sera e la strada era piena di gente, ai lati dei marciapiedi.
Da S.Anna scendeva una grande processione, c'erano tutti i sacerdoti, i Vescovi della Liguria, il Cardinale di Genova e tanti diaconi.
C'erano anche molti Cristi, non ne avevo mai visti così tanti.
Al centro della Processione la Madonna. 

Ad un certo punto, mentre tutti cantavano inni sacri, si sentiva uno squillo di tromba.
Arrivavano tre Pulmini, tipo Wolkswagen, ognuno di colore diverso.
Rosa, Azzurro e Verde.
Superavano la processione e da questi veicoli scendevano dei gitani.
Iniziavano a ballare, a far suonare campanellini che avevano attaccati al corpo, piroettavano nell'aria.
C'erano giocolieri, cavalli stupendi, bianchissimi, tutti adornati con fiocchi e selle preziose.
Sopra, i cavalieri, facevano acrobazie.
E poi, coriandoli, stelle filanti, Clowns, ragazzi con i flauti, donne con lunghi capelli neri che andavano dalla gente a leggere la mano.

Stranamente la processione cedeva il passo al "circo" e rimanevano fermi a guardare.

Poco per volta la musica, le danze, i giocolieri e i cavalli si allontanavano....la processione riprendeva fino ad arrivare alla Chiesa centrale.

Entravo in Sacrestia per parlare con un sacerdote, uno che conosco piuttosto bene.
Gli chiedevo come interpretava questa invasione di "paganesimo" con l'austerità "sacrale" della processione.

Sorrideva, inginocchiato davanti ad una statua di San Francesco.
Mi diceva che la Chiesa era diventata troppo ricca, troppo sfarzosa, c'era troppo oro nelle casse e troppo cibo nelle pance. 
Tutto sommato, continuava, non vi era più alcuna differenza tra paganesimo e religione.
Erano due facce della stessa medaglia.


sabato 1 agosto 2015

venerdì 31 luglio 2015

Un bacio mortale

Mi trovavo in una piazza secondaria della mia città.
Il negozio di frutta e verdura, dove abitualmente compro, aveva installato un grandissimo scivolo tutto rosa, con figure di cartoni animati per bambine.
La cosa assurda era che bisognava salire dalla parte dello scivolo e poi scendere, ma senza usare la scala tipica degli scivoli e affidarsi a delle corde appese. Erano tre.
Una aveva un cappio, una era piuttosto sottile e pericolosa, la terza, invece era robusta.
Provavo a scendere con quella sottile per poi capire immediatamente che era quella sbagliata.
Una volta arrivata a terra entravo dentro il negozio per ritrovarmi in realtà in una cucina.
Una stanza che non ho mai visto.
Le tapparelle della cucina erano tutte abbassate, la stanza era illuminata da una luce gialle, forse quella della cappa.
Sapevo che fuori c'era un giardino e un sentiero, che collegava la casetta ad altre.
Per raggiungere quel posto bisognava camminare sopra enormi tronchi d'albero.
Nella mia mente ripassavo il percorso quando entrava un uomo.
Lo conoscevo, ci eravamo frequentati per qualche tempo, anni fa.
L'attrazione era sempre identica, tant'é vero che mi baciava appassionatamente.
Però il mio palato iniziava a gonfiarsi.
Il palato e la lingua.
Mi toccavo il palato con un dito, sembrava che fosse caduto, non sentivo dolore ma non riuscivo a parlare.
Provavo un senso di soffocamento tremendo.


domenica 26 luglio 2015

L'alveare nella pelle

Nel sogno di questa notte ero al cinema. Nell'ultima fila vedevo il mio prof. di Educazione Artistica, Guido, e correvo a salutarlo. Gli facevo i complimenti per la bellissima mostra che avevo visto nella mia città e di quanti dipinti inediti avevo potuto ammirare. Aveva la pelle come abbronzata, ma in realtà era coperta da fondotinta, gli occhi erano segnati da profonde occhiaie, anche se il suo sguardo era felice. Ero molto contenta di averlo potuto salutare e mi mettevo al mio posto per vedere il film.
Non ricordo la storia del film, anche se le immagini erano spesso sbiadite e i colori smorti, ma ad un certo punto, una delle protagoniste, si grattava un braccio e la pelle si staccava. Uscivano fuori insetti, simili a scarafaggi, e dentro la carne c'era una specie di alveare, come le celle delle api.
Una delle donne si passava un dito sulla faccia e la stessa cosa accadeva alla sua guancia, un piccola fessura che si allargava, mentre gli insetti uscivano e il volto si sfigurava. Vedevo chiaramente le cellette dentro la faccia. Era una cosa disgustosa ma non potevo fare a meno di guardare.

venerdì 3 luglio 2015

Surf sulle onde sonore

Ho sognato che ero andata a trovare un signore molto vecchio in una residenza protetta. 
La villa era bellissima. Tutta affrescata. Stile vittoriano. Per scendere al piano terra (o per salire) non c'erano scale, solo una piattaforma. 
Salivo sulla piattaforma con mia figlia. Mentre scendeva mi accorgevo di essere al limite del bordo. Non c'erano pareti, rischiavo di cadere giù. 
Allora mi mettevo al centro e d'improvviso, la piattaforma, perdeva stabilità. Si trasformava in una tavola da surf gigante e io, con mia figlia, dovevamo fare evoluzioni pazzesche sulle onde sonore. Perché erano onde create dal rumore, non dal mare. Giravamo come ventole fino ad arrivare al piano terra, mentre la tavola si trasformava in materasso.
 Alla fine del sogno suonavo la pianola di mia figlia che non aveva tasti neri e alcuni dei bianchi erano vuoti nella parte superiore.

giovedì 25 giugno 2015

La Tenda di Ragni

Due notti fa ho fatto un sogno strano. 
Ero in una villetta molto luminosa, pareti bianche, stanze bianche, molta luce. Era una villetta immersa nel verde perchè dalle finestre vedevo le foglie degli alberi. 
Dentro le pareti non c'era appeso nulla, non c'erano mobili, niente piastrello. 
Le stanze erano divise da tende sottili fatte di ragnatele e a queste ragnatele erano appesi grossi ragni, c'erano anche bozzoli di falene catturate e sacche piene d'uova, pronte a dischiudersi.
In questo strano posto io parlavo con due persone, C. e L., C. faceva leggere il mio diario a L. 

Mi accusava. 
Io provavo a difendermi perchè travisava ogni cosa. 
Mentre parlavo i ragni si agitavano e iniziavano a camminare lungo le fitte ragnatele. Io Spostavo le "tendine" e passavo oltre...ma c'erano nuove ragnatele con altri grossi ragni. 
Era come un labirinto senza uscita. 
Non avevo paura. 
Era come se mi aspettassi che, da un momento all'altro, mi sarebbero cresciute otto zampe...una Metamorfosi quasi Kafkiana.

Nel sogno di un amico (Grazie Enrico)

Qualche giorno fa ho sognato che venivo a trovarti. 

Abitavi al secondo piano e per salire si utilizzava un ascensore stranissimo; sembrava l'ingresso di un appartamento con tanto di quadri, attaccapanni e guardaroba. Però funzionava e andava velocissimo. 

Nel tuo appartamento (c'era anche Alice) c'erano libri dappertutto, sui mobili, in terra, sulle sedie.. ero un po' disorientato, non riuscivo neanche a camminare. 

Il tuo gatto (a proposito hai un gatto???) mi salutava e io gli rispondevo. 

Tu eri incavolata con me perchè dicevi:  

"Poi il gatto impara a parlare con tutti e non sta bene che un gatto parli con gli estranei"

martedì 26 maggio 2015

Manicomio

Ero stata ricoverata nell'ex Ospedale della mia città, le pareti erano ancora come trent'anni fa, i soffitti alti, le porte in legno verniciate di bianco, un po' consunte dal tempo.
C'erano diversi corridoi e grossi stanzoni dove venivano "ospitati" i pazienti malati di mente.
Giravano medici, infermieri, suore...io facevo parte della fauna discriminata.
Ufficialmente mi avevano rinchiuso perché piangevo senza sosta.
In effetti, nel sogno, era proprio così.
Completamente immersa dentro un oceano profondo di tristezza senza consolazione.

Nel sogno andavo in bagno, i gabinetti erano sporchi, i pazienti lasciati a se stessi, così trovavo altre donne che giravano con le mutande piene di piscio, addosso, o in mano...carta igienica bagnata per terra.

Nessuno si lamentava, eravamo tutti sedati.

Un inferno illuminato a giorno.

Da parte mia volevo solo che tutto quel dolore finisse per sempre, credo fosse questo il mio tormento eterno, voler morire ed essere cosciente di non poterlo fare, perché non me lo permettevano.

Ero, eravamo, tenuti in vita. Un popolo di depressi, di infelici, che vivevano per alimentare il sadismo dei nostri carcerieri.


venerdì 22 maggio 2015

VERMI IN TASCA

Nel sogno mi trovavo a scuola. 
Era diversa anche se c'erano le suore e maestre. 
C'erano anche alcuni dottori. 

La mamma di K., mettendo la mano nella tasca sinistra della giacca, tirava fuori una manciata di vermi, lunghi e sottili. Incredula li buttava per terra e questi si riformavano dentro la tasca. 

Andavo a cercare una delle suore per chiedere aiuto. 
Non era una cosa "normale". 
Poco dopo accadeva la stessa cosa alla mamma di G. ma i vermi erano bianchi e grossi, come quelli della mosca carnaria. 

Continuavano ad uscire dalla tasca che era sempre sinistra.

lunedì 11 maggio 2015

Due sogni, due notti, due avvertimenti.

Due notti fa ho sognato una signora, sui 50 anni, capelli neri, lunghi, una bella donna, sconosciuta che, seduta ad un tavolino rotondo, in una comunissima stanza di un appartamento mi leggeva le carte.
Non era una veggente ne una zingara, però disponeva le carte a semicerchio sul tavolino piccolo e mi parlava...non ricordo cosa fosse uscito da questa "lettura" ma lei la "sentivo" molto positiva nei miei confronti, nonostante io fossi piuttosto tesa e scettica. Ero in quel luogo per chiederle una risposta importante.
Questa notte invece ho sognato che faceva molto caldo, una caldo infernale e stava per arrivare un terremoto catastrofico. Non c'era speranza per nessuno. Tutti si mettevano in posizione fetale, uomini, donne, bambini. Alcuni si tenevano per mano, famiglie o coppie, madri con figli, amici...intorno c'era un non-silenzio e un'attesa che non aveva tempo.

martedì 24 marzo 2015

Un Capodanno surreale

Nel sogno mi trovavo in una grande casa, di proprietà di un'amica che era andata a festeggiare da altri amici.
Non ricordo di preciso come avevo fatto ad entrare e perché mi trovavo da sola, in quel posto, era tutto spento, c'era solo la luce dei lampioni esterni che filtrava dalle finestre.
Una luce azzurrognola.
Mi guardavo intorno e vedevo i giochi del bambino, sparsi per il pavimento, la sala, in ordine con belle tende bianche...era tutto perfettamente pulito.

Dopo poco arrivavano delle persone, gente conosciuta di vista, si accendevano le luci, le pareti erano un bel color crema e notavo cuscini e divani di velluto bordeaux.

Io c'ero, ero li, ma la mia presenza non era notata. Nessuno mi vedeva.

Cercavo di dire a questa gente che l'appartamento era già occupato e che non potevano entrare così...ma soprattutto chiedevo come avessero avuto le chiavi.

Niente.

La festa iniziava. Bevevano molto, fumavano molto, mangiavano tantissimo, tutto era il troppo del troppo, i rumori, i suoni, le risate, la musica, sempre di più, sempre più alto.

Ogni comportamento sfuggiva alla normalità, o allo stato di ebrezza, diventava animalesco.

Vedevo coppie unirsi tra loro e poi dare vita ad un'orgia. Cercavo di urlare, di dire di smetterla.

La mia voce era chiusa dentro un barattolo ermetico. Non usciva niente.

Alcune persone avevano formato un triangolo, erano tutte ricoperte di pece nera, le vedevo muoversi, col bitume viscido a fare da lubrificante. Due uomini e una donna. La donna aveva un bastone infilato nel retto.

Non urlava di dolore, sembrava in stato di ipnosi.

L'umo dietro di lei estraeva il bastone lentamente e, attaccato al bastone, usciva un grosso ratto.

Arrivava mattino e la mia amica rientrava, contenta della festa passata fuori. Salutava gli "ospiti" che, a quanto pare, erano stati invitati da lei.

Sorrideva a tutti, anche il bambino. Pareva non sapere cosa avevano fatto in quella notte.

Tutto era molto normale, ma la mia voce, io stessa, rimanevo dentro il barattolo di vetro, cercando di uscire fuori, sentendo solo il rumore delle mie mano, umide, contro le pareti del coperchio.


lunedì 23 febbraio 2015

Il torrente a squame

Mi trovavo con mia figlia a Roma.
La metropoli era molto cambiata, la gente sembrava non avere più una propria identità, non avevano pensieri, non avevano più forza di volontà propria.
Tutti si muovevano come telecomandati.
Iniziava a piovere, molto forte, così forte che ad un certo punto il Tevere si riempiva e si ingolfava.
L'acqua era straripata dagli argini, la superficie era grigia ma poco per volta si tramutava in pelle di serpente. Noi eravamo travolti da un immenso torrente di squame argentee. Attraversavamo, contro la nostra volontà, la grande metropoli diretti verso il tempio.
Il tempio ricordava uno Ziggurat, maestoso, contro le grossi nubi grigie. 
Il verde delle sue terrazze spiccava rigoglioso.
Era palpabile lo sconcerto e la presa di coscienza alla prossima fine che ci aspettava. 

sabato 21 febbraio 2015

La testa di vacca

La signora chiedeva dei pezzi di carne da brodo. Il macellaio mostrava alcune parti e le consigliava di aggiungere anche una bella testa di vacca.
"Tolgo come al solito?"
La signora rispondeva di si.
Ed eccolo appoggiare sul banco di marmo bianco la grossa testa e scavare con un coltello uncinato la grossa pupilla, che sgusciava fuori come una bilia.
"Ecco fatto, c'è voluto solo un attimo".
Guardava noi due con un sorriso e a mia volta guardavo gli occhi di mia figlia.
Eravamo sconvolte.
L'uomo prendeva la grossa testa e la metteva sopra una piastra rovente, questa si animava, muoveva le orecchie, apriva la bocca, la sentivo muggire di dolore mentre la sua lingua usciva dai grossi denti.
Non potevo credere a ciò che vedevo...era tutto così orribilmente reale.

mercoledì 11 febbraio 2015

Caduta

Ho sognato che cadevo in uno strapiombo, con mia figlia.

Ero in macchina con Suor Clara.

Guidava in retromarcia e non si vedeva nulla. L'auto era in realtà un'ambulanza, vecchissima, e mentre guidava si trasformava in una macchina da funerale, tutta imbottita di pelle color crema...io guardavo fuori, le dicevo di non andare veloce che non riuscivo a capire se eravamo nella corsia giusta, ad un certo punto finivamo dentro un sentiero, era un bosco.

Per terra era pieno di funghi, porcini. Mai visti tanti in vita mia e mentre guardavo, il sentiero si restringeva, sempre di più, l'auto proseguiva, io gridavo, urlavo, anche mia figlia, si aggrappava a me piangendo, vedevo finire la terra, davanti a me, il vuoto. 

L'auto si ribaltava, finivamo giù, a picco nello strapiombo...sentivo il sangue salirmi tutto nella testa, ogni singolo organo veniva spinto verso l'altro, una pressione allucinante, non riuscivo nemmeno più a gridare. 

Ancora un attimo per guardare, un secondo, per vedere...la luce, per pensare che non era possibile, che non stava succedendo a me, un solo, piccolissimo, insignificante, istante. 

Giusto per sentire il cuore far male, giusto per avere la consapevolezza che non ero l'unica a morire....che dolore...nemmeno lo spazio infinitesimale per contenerlo. 

La morte.

mercoledì 7 gennaio 2015

Black

Ho sognato due gatti neri che mi inseguivano sopra le tegole di un tetto di una città qualunque e io cercavo di scappare, venivo bloccata da un animale, simile ad un drago, sempre di colore nero, che con le sue ali provava a trattenere, riuscendoci, la mia fuga.

Per poter fuggire incominciavo a richiamare tutta la forza che sentivo dentro di me, concentrandomi sul centro di me stessa, lo stomaco, poco per volta diventavo una palla di fuoco simile ad una galassia e come la striscia di una cometa, volavo via da loro, incendiando ogni cosa che provava ad aostacolare la mia fuga.

....

Poi ero in coda, dovevo vedere la mostra di Frida Kahlo con mia mamma, mettevo via la prenotazione del biglietto e, al monento di presentarla alla biglietteria, non riuscivo più a trovare il foglio.

Così iniziavo a cercarlo andando a ritroso nel percorso che avevamo fatto, percorrevo una strada diversa, passavo dentro l'alveo di un torrente pieno di grossi sassi viscidi, non camminavo, ero sollevata da terra di pochi centimetri....

Vedevo, sotto il ponte coperto del torrente,  un grosso cinghiale scolpito nella pietra nera..

Avevo paura di quella figura e cercavo di andare via da quella zona prima possibile, sentivo molta energia negativa.
Era un posto completamente diverso da quello che avevo fatto con mia madre...

domenica 4 gennaio 2015

La "Macchia Nera" e il Barbagianni

Nel sogno di questa notte c'era un'amica di Roma (ultimamente c'è stato un distacco) che veniva a trovarmi, era molto magra, la sua pelle era olvastra, ma quasi traslucida e sulla guancia sinistra presentava un enorme ferita, infetta, a forma di trinagolo scaleno, nera.
Tutti dicevano che aveva la "macchia".
Quasi fosse peste. Rideva, i suoi denti, bianchissimi, erano enormi, il suo modo di sorridere mi rcordava un po' quello di Tak (uno dei personaggi di Stephen King).
Ero preoccupata per lei...perché sentivo che non stava bene.
Dopo, su una specie di terrezza-attico, molto antica, decadente, sentivo un richiamo strano. 

Il verso sembrava quello che fanno i porcellini d'india, come un fischio, e mi tornava alla mente il mio, che avevo negli anni '80...ma con grande sorpresa vedevo un grande Barbagianni. 
Era bellissimo. 
Mi parlava, anche se io non capivo, sentivo che mi parlava...