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venerdì 28 febbraio 2014

Il confine tra irreale e reale.

Nel sogno ero alla festa di Compleanno di A. con mia figlia.
Festa che c'è stata ieri, nel pomeriggio, e che io ho raggiunto a pomeriggio inoltrato.
Nel sogno, la casa era più piccola e la gente era davvero tanta, c'erano parecchie persone del mio passato.
Amici che ho perso, per strada, nella vita, volti, facce. che nel sogno riconoscevo ma senza ricordare dove le avevo conosciute.
C'erano anche alcuni parenti che, nella realtà, c'erano anche ieri.
Cantavo una fiaba a mia figlia e a sua cugina, la festeggiata.
Cantavo della storia di una principessa ma, mentre tutti gridavano, ridevano, urlavano...gli adulti intendo, nella stanza dove eravamo noi, la luce era bassa, in penombra, il mio tono era basso, c'era molta calma, molta serenità.
Mi ero rintanata la dentro per evitare le risate sguaiate e spesso ipocrite, gli occhi fissi e immobili, vitrei, delle persone che erano li fisicamente, ma lontane chissà dove.
Io non avevo senso in quella festa.
Come non lo avevo nella realtà.
L'obbligo, l'apparenza.
Poco dopo entrava il mio ex marito con la sua compagna, lui era molto giovane e anche lei, sapevo di conoscerla bene ma non ricordavo il suo nome ne dove ci eravamo frequentate.
La salutavo con affetto e le chiedevo se poteva dirmi chi ci aveva presentato, anni dietro.
Lei sorrideva, un po' malinconica, mi elencava una serie di nomi che non ricordavo.
Le chiedevo scusa, perché la mia mente aveva cancellato gran parte dei ricordi (come nella realtà).
Allora mi scriveva delle frasi, col dito, sopra il bordo di una mensola nera, le scritte si leggevano sulla polvere.
Poco dopo, la polvere le ricopriva, e lei scriveva ancora, finché la mia diventava una specie di confessione per il perdono dei miei peccati.
Le chiedevo di perdonarmi per aver fatto del male al prossimo, le dicevo che mai era stato fatto volontariamente.
Che ogni gesto, ogni parola, ogni frase, era stata detta senza cattive intenzioni, ma spesso perché ero accecata dal dolore, dalla solitudine, dalla sofferenza interiore.
Mi congedavo da lei e spostandomi verso un'altra stanza, vedevo per terra dei grossi ciuffi di polvere.
Cercavo una pezza bagnata per pulire, nessuno mi ascoltava.
C'era molta musica e rumore, c'era anche la moglie di mio padre, era palpabile la sua determinazione nel respingermi, come ha sempre fatto, ma io dovevo togliere quei ciuffi di polvere.
Così facevo, inginocchiandomi, tra i piedi degli invitati, passavo la pezza gialla, umida, e raccoglievo via lo sporco, la polvere, tutto...
...con il cuore pieno di tristezza, di malinconia, con una sensazione di lutto.
Nell'irrealtà del sogno la realtà della vita, le voci sempre troppo alte, il frastuono sempre troppo eccessivo, non c'è mai tempo per parlare con chi vorrei che mi ascoltasse...e il tempo passa, un giorno non ci sarà più tempo per dire i propri pensieri e io, da tempo, ho smesso di provarci.
Sono stanca e chi dovrebbe ascoltare, sono certa, non lo farebbe.



venerdì 21 febbraio 2014

Il Treno e le foglie rosse

Ricordo poco, a parte la sensazione di una pellicola sottile, simile a quella che riveste i molluschi, appiccicata addosso.
Come un velo di tristezza, depressione e rassegnanzione che, nel sogno, rivestiva ogni singolo millimetro del mio essere.
Pensieri compresi.
Ero con due persone, un ragazzo e euna ragazza, avrò avuto circa 30 anni, come loro, forse loro erano più giovani.
Si parlava di scuola, di istruzione, di aule e metodi di insegnamento.
Mi sentivo così svuotata.
Ci trovavamo nel marciapiede di una stazione ferroviaria, e l'insegnante di educazione artistica, proettava un documentario sulle antiche scoperte. Compresi certi murales che arrivavano dall'America latina.
Roba strana, chiusa in dei grossi containers.
Alcuni sembravano rilievi di Ernst.
Io avevo un forte senso di nausea, volevo che quella lezione finisse, volevo che finisse tutto.
Mi allontanavo dai due ragazzi, mi sedevo su una terrazza, sopra la ferrovia, a guardare dall'alto tutti e tutto e il treno, che era appena arrivato, destinazione Viareggio, si muoveva, ma solo la locomotiva e alcuni vagoni, attraversava i binari, infischiandosene delle rotaie e si incastrava nelle  rotaie del primo binario, lasciando nel terzo parte dei restanti vagoni.
Qualcuno metteva una motrice in quei vagoni morti.
Mi domandavo solo come potesse viaggiare in senso contrario quel treno sul primo binario, senza rischiare la collisione.
Ma nessuno ci faceva caso, nemmeno al fatto che avesse, da solo, cambiato binari, senza lo scambio solito delle rotaie.
Tutto questo mi portava ad allontanarmi, mentre un forte impulso di vomitare mi bloccava la gola.
Mi ritrovavo in un sentiero di foglie cadute, rosse, arancioni. Sopra, i rami degli alberi, ancora pieni di altre foglie verdi e rosse, mi facevano da copertura.
Mi sentivo al sicuro in quel posto, il rumore dei passi, lievi, il silenzio.
Incontravo la sorella di E.O., non so cosa ci facesse li, tra di noi non c'è mai stata una grande simpatia, ma mi sorrideva.
Io ricambiavo, un po' perplessa, e proseguivo il mio cammino, lungo lo stretto viale di foglie rosso fuoco.
Mi sono svegliata, con la sensazione di quella pellicola viscida addosso e un grande senso di  impotenza...

martedì 18 febbraio 2014

Il terzo figlio, il terzo fratello.

Mia madre aspettava una figlio, nonostante la sua età avanzatissima.
Non riuscivo a capire come poteva essere possibile e il motivo che l'aveva spinta a tentare una gravidanza.
Io vivevo con lei e con mio fratello A., nonostante, in realtà, sia accaduto per pochissimo tempo.
La cucina era quella di quando ero bambina, anche la luce era antica...tutto mi faceva tornare ai tempi della mia infanzia, triste.
Nel giro di pochissimo tempo, Lei dava alla luce questo bambino che era minuscolo. Davvero piccolo per essere un neonato.
Erano passati solo due mesi, eppure era perfettamente formato.
E nel giro di pochi giorni il piccolo già sapeva camminare e ancora, parlare.
Rimaneva però piccolo, magrissimo, sembrava un essere appartenente ad un'altra dimensione.
Nella mia mente si insinuava il pensiero che fosse un essere malvagio, lo vedevo come un demone.
Mia madre era tutta per lui, ne io ne mio fratello esistevamo più.
Lui, si muoveva per la casa, in questa atmosfera bassa, fatta di fotogrammi sbiaditi.
Mi ritrovavo in un'altra cucina, sembrava quella di mia zia, ma era diversa dal reale.
E dietro una porta c'era qualcosa, io non dovevo aprire quella porta, non dovevo assolutamente toccarla.
E infatti non toccavo la maniglia, perché percepivo che, effettivamente, la dietro c'era un altro mondo, che non apparteneva a quello che stavo vivendo.
Mi nascondevo dietro una tenda, della sala, che si trovava vicino alla cucina.
I mobili, scuri, ma la stanza luminosa.
La tenda era semi trasparente.
Di fornte a me c'era una donna molto vecchia.
Si alzava.
Non vedeva niente, forse solo la luce che arrivava dalla finestra, dove mi ero nascosta io.
La vedevo avvicinarsi a me, sentivo delle risate soffocate, forse di mie amiche, o di qualche parente. 
Prendevano in giro questa donna. Mi dicevano di stare attenta a non farmi scoprire.
Lei si avvicinava sempre di più e quando me la trovavo vicino, per un impercettibile istante credetti di essere scoperta.
Ma nulla...forse non era così, forse sapeva, ma torno indietro.
Non conoscevo il volto di quella vecchia, ma ne avevo timore.
Mi facevano paura i suoi occhi annebbiati, senza vista...

giovedì 13 febbraio 2014

I Corvi

"Non può piovere per sempre" (cit. The Crow)

Questa notte ho sognate di trovarmi nel quartiere dove giocavo da bambina.
A dire il vero ero in una proprietà privata, un campo terrazzato, con un prato all'inglese.
C'era una festa per bambini, con palloncini, stands, giochi...e tra questi, uno in particolare.

Il tempo era cupo, grigio, nuvole sopra le teste come soffitti di cotone imbevuto di inchiostro.

Facevano volare dei corvi e sulla loro coda, ad un certo punto, esplodeva una specie di fumogeno, piccolo.
Ogni corvo ne aveva uno di colore diverso.

Liberavano questi poveri animali ed ecco lo spettacolo, gli adulti battevano le mani, tra i bambini, alcuni ridevano, altri rimanevano con la bocca aperta, spaventati.

Alcune mamme si indignavano per il trattamento riservato a questi poveri corvi che, inevitabilmente, si ritrovavano a terra, con la coda tutta bruciata.

Io me ne andavo, disgustata.

Da un lato mi impressionava la vista di tutti questi Corvi, allo stesso tempo provavo rabbia per la mancanza di rispetto da parte delle persone.
Tanta crudeltà per cosa...?




mercoledì 12 febbraio 2014

Francis Bacon, Elvira e Simona

Questo sogno mi fa venire le lacrime agli occhi.
Per diversi motivi.
Anche ora, che ne scrivo, trattengo la voglia di piangere.
Perché Francis Bacon?
Perché l'ambientazione era come un dipinto di Bacon.
Quei volti, con i colori colati...come le opere di Francis.

C'erano loro, Elvira, la mamma di Simona e Simona.

Simona è morta il 27 Luglio 1995, aveva 21 anni, l'ha portata via un tumore alla testa.

Circa dieci anni dopo, nel novembre del 2003, è morta sua madre, per un tumore al fegato.
Proprio quando, questa grande donna stava uscendo da un grande dolore che l'aveva resa il fantasma di se stessa.

La vita...com'è crudele, la vita. Simona ha lasciato sua madre e due fratellini piccoli, la mamma di Simona ha lasciato due figli, ormai grandi, che assomigliano tanto alla dolcezza della loro mamma e della loro sorella.

Nel sogno Simona si sposava.
La chiesa era una cattedrale antichissima, medioevale, molto buia.
Io portavo un lungo cero, sottile, ma molto alto.
Con me c'era una processione di chierichetti, c'era l'Elvira e la Simona, con un bellissimo abito bianco.

A fare da testimone anche la D., un'amica in comune che, con me, ha vissuto giorno dopo giorno la malattia della nostra cara Simona.

Questo sogno mi rende da un lato felice, perché ho visto Simona con la sua mamma, perché era in abito bianco, candida come un giglio, ma l'aspetto oscuro dell'ambiente mi ha fatto tornare alla realtà...la morte è un passaggio, obbligato.

Ciao Simona e Elvira, vivete sempre nel mio cuore.