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lunedì 30 dicembre 2013

L'Ermafrodito

E' uno dei pochi sogni in cui entro in gioco io, direttamente.
Mi sono svegliata da poco e lo trascrivo per non perderlo.
Fatto nella seconda parte del sonno, quindi verso la mattina.
Nel sogno ero molto più giovane, verso i trent'anni direi e parlavo per strada con un uomo molto alto.
Eravamo vicino alla mia ex scuola delle Medie, quella "Rossa", dove ho passato i miei primi tre anni d'inferno.
Credo che il luogo non sia una caso (era il periodo dell'adolescenza, uno dei peggiori per me).
Nel sogno quest'uomo, sui trent'anni anche lui, aveva una macchina singolare, una vecchia auto americana, di quelle grandi con gli ammortizzatori ribassati.
I colori ricordavano un po' quelli di  Mirò.
Ogni pezzo della carrozzeria aveva un colore a se.
Lui mi corteggiava in maniera evidente e io mi chiedevo come un uomo, che mi aveva visto anche con i capelli grigi, potesse essere innamorato di me.
Perché questo percepivo nelle sue parole, nei suoi occhi.
Era davvero imponente. Era molto alto, molto più alto di me, ed è una cosa strana, perché io sono già alta, ma nel sogno lui era un gigante.
C'era una differenza enorme tra me e lui, ma questa non mi sovrastava, non mi faceva sentire a disagio.
L'unica cosa che creava qualche problema era il "rischio", da parte mia, di innamorarmi di lui.
Nel sogno non ero ancora madre, quindi avrei scommesso del mio, eppure avevo paura.
Paura di soffrire.
Ci salutavamo, lui partiva con la sua auto, la marmitta si sentiva, molto forte e mi salutava dallo specchietto retrovisore.
Io correvo, ero in ritardo, dovevo andare a "casa".
Stranamente "casa" era dove abito da diversi anni, è la prima volta che la riconosco come tale in un sogno.
Vedevo le mie ginocchia muoversi, sentivo il mio fiato regolare, il cuore battere.
Correvo ed ero contenta perché il movimento mi faceva sentire bene e non avevo dolori.
Arrivata a casa mi spogliavo, ero sudata fradicia e mi mettevo sul letto matrimoniale di mia nonna, davanti ada uno specchio, antico, grande, che si trovava sopra il settimana di legno che aveva costruito mio nonno.
Ero quindi a "casa" quello attuale ma nella stanza da letto di mia nonna, nella "vecchia casa".
Nello specchio vedevo me, con degli indumenti intimi neri, niente di strano, erano neri, alcuni avevano del pizzo, una piccola canottiera, reggiseno e slip.
Piuttoso normale.
Il ricordo di quell'uomo però accendeva in me la passione e incominciavo, guardandomi allo specchio,a spogliarmi.
Ed ecco la scoperta. avevo, oltre al mio sesso femminile, quello maschile.
Era una cosa strana, che scoprivo solo in quell'istante.
Come mai non me ne ero accorta prima?
Perché nessuno mi aveva detto niente?
Nemmeno la ginecologa?
Era una cosa normale? No che non lo era....
Questa rivelazione mi faceva venire da piangere, mi sentivo così diversa, così strana, così emarginata.
Perché nessuno mai mi aveva detto nulla, cosa avevano provato i miei genitori alla nascita vedendo una bambina con due sessi?
Nel sogno questa disperazione si tramutava in qualcosa di diverso, con la mano prendevo questo membro, che si trovava girato verso la parte sinistra, ma sopra la vagina, e iniziavo ad accarezzarlo.
Vedevo le mie dita chiuse sopra di lui, sentivo le mie dita serrate.
Quindi esisteva veramente e io provavo piacere misto a dolore.
Volevo provare a vedere cosa succedeva, se anche a me, Ermafrodito, era concesso il piacere.
Mentre pensavo a quel ragazzo alto che mi corteggiava dentro sentivo ancora più forte il dolore, perché non avrei potuto più vederlo e allo stesso tempo la mente partiva per un lungo viaggio.
Alla fine di questo piacevole viaggio ecco la liberazione....proprio come un uomo, solo che, ad amara conclusione, ecco uscire, dopo il seme, una goccia di sangue, e poi ancora un'altra goccia di sangue, fino a diventare un rivolo che si mischiava con lo sperma vischioso di poco prima.
Mi ripiegavo sul letto piangendo.
Avevo scoperto la mia sessualità e la morte mi portava via, ancora prima di rendermi conto del perché la vita mi aveva giocato questo buffo scherzo.

domenica 29 dicembre 2013

L'acqua limpida come l'Aria

Questa notte ho fatto parecchi sogni, alcuni molto confusi e contorti.
Tante persone, facce, volti, passato, presente.
Ma quello che mi è rimasto dentro è stato un sogno fatto verso le 3:00 (ora in cui mi sono svegliata).
Mi trovavo a San Michele (una frazione della mia città, che si affaccia sul mare).
Questo piccolo Golfo lo sogno spesso, nonostante io non lo frequenti più da tantissimi anni.
Mi trovavo li insieme a delle conoscenze (persone che in realtà non frequento abitualmente).
Con me c'erano diverse generazioni, volti che hanno fatto, direttamente o indirettamente, parte della mia esistenza.
Nel sogno nuotavo, un po' controvoglia, nella piccola baia che c'è accanto al paesino (ci sono tre baie che caratterizzano San Michele).
Mentre nuotavo, e il posto era stracolmo di gente a fare il bagno, guardavo l'acqua.
Era torbida.
Il mare era davvero molto sporco. Le persone si divertivano, sembrava non facessero più caso all'aspetto malsano di quel luogo, l'abitudine era più forte della realtà.
Io facevo notare che l'acqua era davvero inquinata e sporca.
Aveva lo stesso colore del mare in tempesta, grigia, terrosa, ma dentro era pieno di oggetti di plastica, abbandonati sui fondali.
Mentre nuotavo qualcosa si arrotolava attorno ad una delle mie gambe.
Spaventata, cercavo di togliermela dai piedi, una mia conoscente, Ivana, mi diceva di stare tranquilla, che poteva essere un'alga, un'altra diceva che No! Era in realtà una Medusa...di non farmi pizzicare.
Mentre eravamo al largo io le guardavo, inebetita.
Ma come?
Non si accorgevano che era un sacchetto di plastica?
Era evidente.
Aveva le maniglie, era un sacchetto, che probabilmente avevo scontrato, nuotando, e si era staccato dal fondo.
Ma loro non riconoscevano più la realtà delle cose.
Tutti dicevano che era un'alga o una Medusa e quindi era un'alga o una Medusa.
Nuotavo allora verso il largo della piccola baia, volevo andarm,ene da quella folla di bagnanti impazziti.
Iniziavo a vedere, sotto di me, delle rocce nei fondali, piccoli agglomerati di pietra e l'acqua iniziava ad essere un po' più pulita.
Più mi allontanavo più l'acqua era incontaminata.
Nuotando guardavo in lontananza, in direzione di alcuni Pini Marittimi, su un'altra zona della costa (che in realtà si trova da tutt'altra parte) e ad un certo punto, mi accorgevo di quanto l'acqua era limpida.
Davvero così limpida che le mie braccia si muovevano nell'aria.
Io nuotavo dentro l'acqua che non aveva più peso specifico.
Era Aria di Mare, era Acqua di Mare.
Il mio corpo non sentiva più alcun peso, il cielo era sereno, di un azzurro intenso, e nei fondali vedevo tante minuscole pietre, tonde, di tanti colori.
Era così pulita che a stento riuscivo a capire se davvero l'acqua c'era....ma era presente, perché la vedevo scivolare dalle mie mani, perché avevo la sensazione del corpo bagnato.
E' stato un sogno bellissimo.
Da tantissimi anni non mi capitava una sensazione di leggerezza come questa.

giovedì 26 dicembre 2013

L'Arbusto

Il sogno era come sempre dentro un clima invernale.
Molto freddo, cielo grigio, nuvole cariche di neve, muri sbiaditi e stanchi.
Ero ancora in un mercato rionale, ma questa volta gli spazi erano più grandi.
Con me c'erano delle amiche, ma non so chi fossero, mi sembra di rirocrdare, comunque, appartenessero ai periodi delle scuole medie.
In questo posto avevo comprato una pianta, che in realtà era molto piccola e l'avevo lasciata dentro la macchina posteggiata vicino al campetto di calcio.
Poi, dimenticandomi di lei, avevo proseguito il mio giro.
Ad un certo punto incontravo G. col suo ragazzo A. e ci mettevamo a parlare dei tempi passati, di come ci piaceva ascoltare le canzoni di renato Zero.
Io vedevo la mia pianta, nella mente, crescere.
Dicevo loro che dovevo andare alla macchina, perché la pianta era rimasta sola.
Mentre mi avviavo venivo fermata da una cantante rock (ormai non più famosa, ma seguita negli anni 70).
Era ridotta malissimo, come lo è nella realtà, era volgare, vestita trasandata, aggressiva, violenta, portava grossi tacchi alti ed era tutta nera con capelli lunghissimi e sporchi.
Io arretravo, mentre lei mi veniva addosso cercando di vomitarmi parole che non capivo.
Ad un certo punto qualcuno di diceva di andare all'auto perché la mia pianta era diventato un arbusto con grosse radici, sarebbe scoppiata l'auto se non lo tiravo fuori.
La donna si immobilizzava di colpo, come se la presenza di quella pianta fosse un deterrente per lei.
Mi dava due pezzi di maglia nera...dicendomi di usarli per tirare fuori l'arbusto.
Non sono riuscita a finire il sogno...mentre arrivavo alla macchina mi sono svegliata, ma negli ultimi secondi ricordo che il cielo era sereno e c'era un bel sole primaverile.

domenica 15 dicembre 2013

Il Salto Nel Vuoto

Nel secondo sogno mi è rimasta impressa solo una piccola parentesi.
C'era anche mia figlia.
Diversi giovani si divertivano a fare gare di salto dai tetti di un piccolo Paese, che non riconosco tra quelli visitati nella realtà.
Anche i più piccoli si univano a loro e anche mia figlia voleva provare.
I primi salti assieme erano piuttosto facili, ma poco per volta l'altezza tra un tetto e l'altro aumentava.
I ragazzi sembravano non aver problemi...anzi, più era alta la difficoltà più loro si lanciavano con coraggio.
Io, invece, avvertivo la paura.
Ogni volta che toccava a me, si creava un baratro tra un tetto e l'altro, così, oltre all'altezza dovevo superare anche la distanza tra i due edifici.
Provavo angoscia.
Il vuoto appariva all'ultimo istante, proprio quando stavo per spiccare il salto, costringendomi a rinunciare.

Il Lupo

Questa notte ricordo due sogni differenti.

Nel primo, camminavo per il centro della mia città, doveva essere Inverno perché la luce del giorno era piuttosto grigia, nonostante nel sogno non ci fossero nuvole, ma comunque il tempo minacciava freddo e neve.
Un aspetto immobile nonostante ci fosse gente che girava.
Non si percepiva calore umano, ne pensieri o sentimenti.
Tutto era sospeso.
Io entravo a salutare mia cugina, nel suo Pub. 
Dentro, oltre ai clienti c'erano diversi Lupi.
Non cani Lupo, ma Lupi veri.
Io ne ero spaventata e avevo paura che gli animali se ne accorgessero.
Giravano tra la gente innervositi.
Salutavo frettolosamente mia cugina, ero da sola, senza mia figlia, mi infilavo in un vicolo vicino...e di colpo mi trovavo accanto un grosso Lupo.
Il suo pelo era ispido, grigio argenteo, aveva la schiena possente, zampe molto grosse e un muso davvero imponente.
Poteva sbranarmi in un attimo, invece si affiancava a me, camminandomi accanto.
Mi fermavo, non percependo il pericolo e gli accarezzavo la schiena.
Mi guardava con i suoi occhi gialli, i denti leggermente in vista, ma non per mordere...tra di noi c'era diffidenza, ma ognuno aveva rispetto dell'altro.
Ricordo bene la sensazione di quel pelo duro, ruvido, tra le mie mani.
Anche la forza che quel contatto mi dava, un'energia molto fluida, un grande senso di sicurezza.
Quel Lupo non lo dimenticherò mai.


giovedì 12 dicembre 2013

La Grande Dispensa Abbandonata

Mi trovavo nella strada che porta verso casa, vicino alla scuola elementare che frequentavo da piccola.
Era buio, un pomeriggio freddo d'inverno.
Di solito, per quella strada, passano macchine e motorini, ma avevano chiuso il passaggio con un grande cancello verde a bloccare ogni passaggio.
Solo una piccola porticina di maglie di ferro verde, aperta, permetteva di poter continuare il cammino. 
Si era però costretti a scendere giù da una piccola scala in cemento.
Con lo sguardo incrociavo il padre di un compagno di mia figlia, era rrivato in motorino e, visto il blocco, aveva dovuto lasciare il mezzo posteggiato e infilarsi anche lui attraverso la porticina aperta e scendere le scale.
Lo seguivo, domandandomi il motivo di quella divisione nella strada...
Il padre di K. saliva poi lungo una scala a pioli e si infilava dentro uno strano corridoio.
A distanza lo seguivo.
I capelli si incastravano tra il filo spinato e i rovi che erano stati messi per protezione a quella struttura.
Sembrava un enrome, gigantesco, mobile di ferro.
Come quelli che si mettono nelle cantine, come dispensa.
Ma questo era grande come un palazzo.
Molto vecchio, invaso dagli arbusti e pieno di altrettanti giganteschi oggetti.
Enromi catinelle, grosse scatole di pelati, mestoli giganteschi, piatti grandissimi, anche gli alimenti, più o meno freschi, erano sproporzionati...e in decomposizione.
Io camminavo per arrivare a casa, attraverso uno di questi ripiani che costeggiava la parte destra della strada chiusa.
Dovevo stare attenta a dove mettevo i piedi per non scivolare sul liquame della merce in deperimento.
Tutto era in totale stato di abbandono.
Mi domandavo come mai la gente non avesse rubato tutta quella roba, certo era gigantesca, cosa ne avrebbe fatto?
Allo stesso tempo, nella mente, un pensiero...sapevo che se qualcuno veniva preso a portare via uno solo di quegli oggetti o materiale sarebbe stato chiuso in galera a vita.
Finalmente arrivavo alla fine della strada-dispensa.
C'era nolta gente, nel frattempo il pomeriggio buio si era rischiarato, c'era molta gente che camminava ma ognuno non aveva una meta o direzione precisa.
Sembravano tutti degli automi...

lunedì 9 dicembre 2013

Il ciclone

Nel sogno vivevo nella vecchia casa di un tempo, quella dove abitava mia nonna, ma l'appartamento era identico a quello attuale. 
Un piccolo terrazzino, stretto, di cemento, che dava su un piazzale recintato.
Nel piazzale viveva un gruppo di cani, per lo più dobermann, che se ne stavano a cuccia in un angolo, dietro un pezzo di rete metallica, riparati da una siepe e da un piccolo di vitigno.
Mentre ero affacciata a guardare il cielo notavo le nubi inspessirsi, diventare sempre più viola e iniziare a girare su se stesse.
Come certe immagini che si vedono ad alta velocità nei documentari...
Si alzava il vento, gli animali, compresi i miei gatti e il mio cane, diventavano nervosi.
Non so perché mi trovavo vicino mia madre che mii diceva delle cose che non capivo.
Ripeteva la stessa frase, in continuazione, alla fine io le rispondevo che non avevo più bisogno dei soldi che mi aveva imprestato e che glieli restituivo.
Lei incominciava allora a spiegare che non era sua intenzione contringermi a farlo ma io, piuttosto che sentirmi soffocare dalle sue parole le ridavo una banconota che, nel sogno, era di Euro 300.
Una banconota che in realtà non esiste.
Così come non esiste il debito tra me e lei.
Lei vedeva un paio di scarpe da ginnastica abbandonate sul terrazzo, rosa, erano del suo compagno. 
Iniziava a dirmi che me le aveva date da riparare e non capiva come mai le avevo abbandonate così...stanca di sentirla predicare, le davo queste scarpe, basta se ne andasse.
Appena uscita entrava la mia vicina di casa, che abita sopra di me, mi raccontava di alcune cose, riguardavano delle persone...ma io non ascoltavo...stendevo della roba e gli occhi erano fissi nel cielo.
Le dicevo se non si era accorta che il tempo era davvero strano.
Che stva accadendo qualcosa.
Lei dava una rapida occhiata ma non smetteva di parlare.
Allora riuscivo a scendere nel cortile, sempre con la vicina appresso...i cani, erano idrofobi, cercavano di avventarsi su di noi, su chiunque osasse avvicinarsi a loro.
La loro inquietudine era collegata al tempo.
Si stava formando un ciclone.
Chiudendo gli occhi, nel sogno, vedevo un paesino della Toscana, con tanta gente ai mercatini (ma credo fosse estate) tutti accalcati a comprare oggetti usati, in queste strade vecchie, spesso infilate in cunicoli coperti da sottopassaggi...sentivo che sarebbe arrivato un forte terremoto e che tutte quelle persone erano in pericolo.
In realtà la terra già si muoveva ma la gente era così presa dall'acquisto frenetico da non accorgersi di ciò che le stava realmente accadendo.
Mi sono svegliata con un senso di frustrazione terribile.

sabato 7 dicembre 2013

Il Ragno Coleottero

Nel sogno mi trovavo in un centro estivo per bambini.
C'erano bimbi piccoli e di età media.
Una gran confusione. Bambini che disegnavano, giocavano, uscivano dall'aula per andare nel giardino a giocare con lo scivolo...
C'erano anche diverse mamme, che non conoscevo, a parte la L.
L. era sorridente, vedere suo figlio A. felice e pieno di entusiasmo la riempiva di gioia, io cercavo di capire dov'era mia figlia, in quel groviglio di braccine, manine e occhi festosi.
Girando per lo stabile entravo dentro il bagno.
Era uno spettacolo orrendo, qualcuno aveva intasato i gabinetti e i piccoli, facendo pipì, avevano continuato a riempire gli orinatoi o i wc.
Vedevo l'orina torbida, con la carta igienica spappolata dentro e poi piscio da tutte le parti, nelle piastrelle.
I bambini passavano anche dal bagno per giocare e inzaccheravano da tutte le parti.
Chimavao la mia amica L. e poi alcune mamme per fa r vedere cosa era successo, bisognava stappare i sanitari e fare qualcosa. 
Non eraigienico.
Girandomi verso la porta di uscita del bagno, vedevo un volto.
All'inizio non sapevo chi fosse poi lo riconoscevo.
Era il viso di un ragazzo (nella mia città si mormora da tanti anni sia pedofilo).
Ero agghiacciata.
Cosa ci faceva questo tizio in un centro estivo con i piccoli.
Le mamme mi dicevano che era un ragazzo a posto, che faceva divertire i loro figli.
Mentre le sentivo parlare inorridivo, al pensiero di alcuni racconti che mi erano arrivati tempo fa sul suo strano modo di comportarsi.
In pratica lui catturava la fiducia dei piccoli, complici le mamme annoiate e col desiderio di disfarsi per qualche mezz'ora dei loro pargoli un po' esagitati, lui poi li portava dentro un piccolo bosco adiacente una spiaggia e li non si sapeva mai cosa accadesse...ma qualche volta era capitato che un bimbo tornasse pieno di vergogna e che il piccolo con la mamma, sparissero epr sempre dalla spiaggia per andare altrove.
Ovviamente l'omertà delle persone è proverbiale e nessuno ha mai detto nulla, se non isolato questo elemento.

Comunque, nel sogno c'era. Era li, col suo volto impassibile. Lo vedevo sparire, in mezzo alle persone che giravano, numerose, per i corridoi, le stanze, il bagno sporco e il giardino.

Mentre cercavo di recuperare la mia piccola vedevo nel muro un enrome coleottero Nero.

Chiedevo a dei bambini cosa fosse, aveva una forma diversa dai soliti. Ed ecco mia figlia, arrivare tutta affannata e sudata, a raccontarmi che in realtà era un ragno.

Aguzzavo la vista e, si, effettivamente era immobile, attaccato ad un ragnatela.
Mistero come un insetto così grosso e pesante riuscisse s stare appeso su sottili fili di tela.

Mentre guardavo, i bambini iniziavano a infastidirlo.
Io dicevo loro di lasciarlo in pace, che era meglio portarlo fuori, all'aperto.

La ragnatela cominicava a muoversi, avanti e indietro e il ragno-coleottero ad agitarsi.

I bambini, vedendo l'insetto cercare una via di fuga, iniziavano a gridare, a scappare e i loro genitori appresso.

Gridavo di stare calmi, che era pericoloso, qualcuno poteva farsi male. Prendevo la mia bimba, stringelola a me, per eviotare che venisse calpestata o schiacciata e cercavo, con molta clama, di seguire la marea di umani impazziti che si ammassavano verso l'uscita che dava nel giardino.

Con molta fatica (nel sogno avevo anche un grosso zaino pesante sulle spalle), mi facevo largo e finalmente respiravo aria fresca, fuori da quel posto così claustrofobico.

Il ragno-coleottero era sparito. Forse fuggito, forse schiacciato...mi dispiaceva non vederlo più, ma era sparito anche il ragazzo che tutti dicevano essere pedofilo.

mercoledì 4 dicembre 2013

Acqua sporca, Acqua chiara

In questa notte tormentata ho sognato due volte l'acqua, ma in due contesti diversi.
I posti sono quelli della mia città.
Quasi sempre i soliti, che nella realtà mi incutono sempre un certo timore.
Sono luoghi che, secondo me, hanno qualcosa di strano.
Portano il ricordo negativo di qualcosa o di qualcuno, l'energia che sprigionano non è buona.
Ecco perché, nei miei sogni, ogni tanto ritornano.

Nel primo, vedevo la piazza dove un tempo c'era il mercato settimanale, la gente, come al solito si accalcava per comprare vestiti, merceria, articoli per la casa, frutta e verdura, formaggi. 
Le voci si alzavano, tra i battitori e le casalinghe.
Vedevo facce, vedevo gesti e macchine passare lungo l'unica strada lasciata libera alla ciroclazione.

Poi, nella strada parallela che costeggia il torrente, vicino alla piazza, l'acqua iniziava a salire.

I tronchi dei Platani, che adornano il due viali, venivano poco per volta sommersi dalla grande massa di acqua sporca.

Di colpo l'aspetto della città, o di quella parte della città, veniva completamente stravolto.

Non esisteva più un sotto o sopra. Tutto era immobile, muto.

Non c'era più mercato, ne gente, ne roba da acquistare o da consumare.

Solo una grande massa d'acqua sporca, le foglie si muovevano lente, sopra il livello dell'acqua e io vedevo galleggiare delle alghe.
Non era fiume ne mare, non era terra ne fondale. Era un paesaggio senza senso. Immobile e morto perché non c'erano pesci, ne altra vita.

Nuotavo per raggiungere l'altra parte della strada parallela, collegata, un tempo con un ponte, ma non trovavo rifugio, solo la sensazione delle foglie morte e delle alghe, che toccavo con i piedi. La sensazione era quella di essere trascinata in basso.

Qualcuno, improvvisamente, gridava da qualche parte che era colpa dell'inquinamento, che c'era petrolio da tutte le parti. Che tutto era finito per sempre.
Un'altra voce si univa a conferma della devastazione ambientale. Vedevo le macchie nere e viscide, sopra il livello dell'acqua, sbattere contro i tronchi, attaccarsi ai miei vestiti.

Poi ecco mio padre, era preoccupato perché una colonna di formiche-ratto attraversavano il pavimento del laboratorio. Il sogno si faceva confuso, lui era frustrato perché una cosa così non doveva ccadere e non sapeva come deviare quella riga ordinata di insetti-mammiferi. Io controllavo la mia assicurazione, 1998, 1990, in mezzo a fogli di giornale. 

- Papà, la macchina era posteggiata vicino ad una Ferrari bianca, c'era, l'ho vista ieri, cosa ci fa una macchina di quel genrre qua?-

Lui non capiva, disperato per la colonna di formiche-ratto.

Ed io scappavo, verso la frazione della mia città, quel posto dove, da bambina, vedevo uscire una croce di legno, dal mare. Da piccola pensavo fosse la tomba di una persona, nessuno mi aveva detto che era solo un gavitello che, per uno scherzo della natura, aveva assunto la forma di un crocefisso.

Questo mare però era limpido, calmo, azzurro. C'era il sole.

Più io camminavo, più il mare si allontanava rispetto a me, dalla grata di ferro che recintava la strada del piccolo promontorio e la superficie cobalto dell'acqua c'era sempre più divario.

Sentivo l'impulso di gettarmi dentro.

Sarebbe stato un volo infinito. Un volo senza fine, prima di toccare la superficie del mare. E poi....?

Poi avrei trovato la morte. 
Avevo solo paura di quel volo interminabile....quanto avrei potuto sopportare quella sensazione di caduta verso l'ignoto?