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giovedì 14 novembre 2013

La città (era) eterna

Nel sogno mi trovavo a Roma, dovevo incontrare un ragazzo, io ero molto giovane.
Avevo vent'anni, forse.
I capelli molto lunghi, mossi, una parte raccolta in una lunga coda riccia...
Con me c'era mia madre, mia zia e mia figlia (anche se, data la mia giovane età, in teoria non era ancora nata).
Lui era un Carabiniere.
Si presentava con un modo gentile, era davvero un caro ragazzo.
Portava la divisa e sotto al berretto aveva capelli scuri lunghissimi.
Essendo di servizio ci accompagnava a fare un giro, doveva controllare un locale, proprietà di un uomo che era andato in fallimento.
La gente del luogo ne parlava bene, dicevano che oltre al locale-ristorante faceva anche spettacoli teatrali.
Ed eccolo, lo vedevo in alcune foto, vestito come il pagliaccio della Mc Donalds.
Qualcuno mormorava che spacciava, qualcun'altro che era entrato in un giro di malavitosi...i più erano tristi che quel posto fosse sotto sequestro, perchè, dicevano, era così un brav'uomo.
A me, alla mia famiglia, sembrava una cosa ssurda, noi, che venivamo da una piccola città dove si faceva finta di nulla, dove tutto era giusto e nessuno sbagliava, e se anche qualcuno sbagliava veniva presto dimenticato, o spazzato sotto il tappeto.
Mi accorgevo che, la mia borsa, si era rotta, dal fondo perdeva grossi filamenti giallo trasparenti, come strisce di alga marina, cos'era? Non saprei, come era finita nella mia borsa? Cercavo di tenermi stretta la bors per non perdere i documenti o altro.
Una borsa che aveva poco tempo, già rotta, come potevo camminare tranquilla...
Ad un certo punto, con una scusa, il mio amico Carabiniere si allontanava con me, lasciando la mia famiglia libera di girare per le strade e stradine, da sola.
Io lo seguivo.
Mi fidavo di lui.
Dalle mura di un piazzale vedevo Roma, col suo traffico, i suoi monumenti e i suoi reperti archelogici.
Era grande ma tutta compatta, ovunque posassi lo sguardo c'era qualche cosa di storicamente importante.
Ne ero abbagliata.
Il Carabiniere si toglieva il cappello, i suoi capelli lunghi erano, sulla sommità della testa, molto radi.
Non capivo perchè avesse deciso di tenerli così lunghi se poi la calvizie era incipiente...ma era una sua decisione e io non dicevo nulla.
Erano i suoi modi così gentili che avevano importanza.
Camminando mi portava a visitare chiese e anfiteatri, ma, la cosa strana, era che ovunque posassimo le mani, anche solo per salire i gradini altissimi, si spezzavano sotto le nostre dita parti di quei monumenti, anche per terra c'erano colonnine, piccole statue, frammenti di conchiglie in ceramica, rotte, spaccate...
Una signora anziana, camminando, rompeva l'ennesimo coccio..
La gente diceva che la città stava cadendo a pezzi, tutto si distruggeva non solo a causa dell'uomo, ma per il tempo.
La città eterna aveva raggiunto il suo acme e nulla sarebbe stato più come prima.
Poggiavo inavvertitamente le mani su un piccolo angioletto scolpito su un capitello, si sgretolava, inutile da parte mia usare delicatezza, per salvare il salvabile, niente...dissolto, come sabbia.
Ed eccoci seduti in un bar del centro.
Molta gente, molte persone, famiglie, bambini.
Io ero comunque contenta, perché ero con lui, il mio pensiero andava a mia figlia, alla mia famiglia...ma c'era lui.
Lui che era seduto accanto a me e mi parlava in modo educato, premuroso.
Arrivava altra gente, doveva spostarsi di una sedia...e intanto mi raccontava della sua città.
Io la conoscevo bene Roma, in un'altra vita c'ero stata, realmente, avevo conosciuto un ragazzo che però era un violento e aveva spezzato tutti i miei sogni, li aveva macinati nel tritacarne dell'egoismo e poi ne aveva dato da mangiare ai maiali e il mio cuore era diventato, infine, sterco di porco.
Mentre gli parlavo, altra gente si sedeva, il cameriere aggiungeva tavoli, spostava le persone, e lui si allontanava.
Mi parlava, a voce alta, per farsi sentire. 
Io ero comunque felice, anche se era distante.
Ero così fortunata ad averlo incontrato, ma il mio cuore iniziava a stare un po' male.
Perché si allontanava...
Parlavo di dolci, il cameriere arrivava per le ordinazioni, finalmente, chiedevo una pasta, ma la volevo piccola, tutti, intorno a me si ingozzavano con grossi dolci ripieni di crema, li vedevo mangiare con avidità mentre la crema pasticcera usciva fuori imbrattando loro guancie, naso, faccio.
....no....io volevo una cosa piccola.
Il Mio amico, ancora più lontano sorrideva.
Era usanza del posto, era la città Eterna, tutto era immenso, anche i dolci.
Si, ma io venivo da una piccola città, noi genovesi mangiavamo in modo diverso, e non per risparmiare, ma perché ci piaceva gustare le cose...non affogare in esse. Sorridevo.
Ma il mio amico Carabiniere si allontanava....e io ero sola.
Sola, in mezzo a questo enorme bar, seduta.
A pensare alla mia famiglia...dov'era...a pensare dov'ero io e soprattutto se tutto ciò che avevo visto era reale oppure solo un sogno.



mercoledì 13 novembre 2013

La Creta e la Carne

Mi è rimasto impresso l'artigiano che, con il suo mattarello, batteva forte il pezzo di creta per togliere l'aria.
Così poi avrebbe iniziato a preparare la base del vaso, sopra il torniello e poco a poco, con i colombini, creato un meraviglioso oggetto d'arredamento.
Batteva.
Batteva...
...ma non era più creta, era un grosso pezzo di carne rosso-violaceo.
Io, nel sogno, ero una bambina molto piccola.
Come la creta si è fatta carne ho iniziato a piangere, in silenzio.
La Paura.
Troppa.
Volevo smettesse di picchiare, ma non lo faceva.
Più rideva, più morivo dentro.
Ero io quel pezzo di carne? Ero io quella Creta?
Era qualcuno che stava subendo delle percosse senza che io potessi intervenire...?

Non lo so. 

Rimane il ricordo di quel rumore sordo, potente, sul tavolaccio di legno.

Una nuova alba con un peso sullo stomaco.

martedì 12 novembre 2013

L'ultima cena

Nel sogno che ho fatto l'altra notte, tra il 10 e l'11 novembre, mi trovavo in una grande stanza.
Al centro c'era un enorme tavolo rotondo, grandissimo, apparecchiato e pieno di vivande.
Sui muri c'erano tantissime foto incorniciate, vecchie e nuove.
Su ogni foto volti dei miei parenti o amici, morti.

A tavola, oltre a me, erano seduti alcuni amici, i miei genitori, mio fratello, e poi mia nonna, con le sorelle e i fratelli, tutto morti.
Insieme a loro i mie bisnonni, sia da parte di mia madre che di mio padre.

Era una grande immensa tavolata di tutta la mia famiglia.

Questo sogno mi ha lasciato dentro tanta positività.

E' stato bello rivederli tutti, insieme, uniti, a festeggiare, chissà cosa...ma mi ha fatto capire che le radici nessuno può cancellarle.

Sicuramente, nei prossimi giorni farò loro visita, al cimitero, per un saluto...


L'impiccata

Ci sono sogni che hanno dei messaggi.
Quello di questa notte è uno di quelli.
Ero in una grande casa, molto luminosa, le stanze tutte bianche e senza tende.
Dalle finestre entrava molta Luce.
Ogni stanza, però, non aveva mobilia.
Completamente vuota.
Passeggiavo incuriosita da una camera all'altra, finché, ad un certo punto, ho visto in lontananza una figura.
Appesa.
Era una donna, si era impiccata ed era immobile al centro di una di queste stanze.
Avvicinandomi riconoscevo la persona.

Questa donna ha perso il marito da diversi anni, il pover uomo ha avuto prima un ictus, dal quale si stava riprendendo egregiamente, poi si è ammalato di cancro, lo ha consumato senza pietà uccidendolo all'età di 43/44 anni e lasciando una moglie e due figli.

Io non ho più incontrato la moglie, con la quale non avevo confidenza, comunque.

Ma è amica di una mia cara amica.

Così, questa mattina le ho scritto, che ero preoccupata per questa donna.

Mi ha detto che si, sta passando un brutto periodo, per colpa di un uomo che la sta facendo soffrire.

...non so perché ho sognato proprio lei, in questo momento, ma spero di averle dato una mano, indirettamente.