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lunedì 30 dicembre 2013

L'Ermafrodito

E' uno dei pochi sogni in cui entro in gioco io, direttamente.
Mi sono svegliata da poco e lo trascrivo per non perderlo.
Fatto nella seconda parte del sonno, quindi verso la mattina.
Nel sogno ero molto più giovane, verso i trent'anni direi e parlavo per strada con un uomo molto alto.
Eravamo vicino alla mia ex scuola delle Medie, quella "Rossa", dove ho passato i miei primi tre anni d'inferno.
Credo che il luogo non sia una caso (era il periodo dell'adolescenza, uno dei peggiori per me).
Nel sogno quest'uomo, sui trent'anni anche lui, aveva una macchina singolare, una vecchia auto americana, di quelle grandi con gli ammortizzatori ribassati.
I colori ricordavano un po' quelli di  Mirò.
Ogni pezzo della carrozzeria aveva un colore a se.
Lui mi corteggiava in maniera evidente e io mi chiedevo come un uomo, che mi aveva visto anche con i capelli grigi, potesse essere innamorato di me.
Perché questo percepivo nelle sue parole, nei suoi occhi.
Era davvero imponente. Era molto alto, molto più alto di me, ed è una cosa strana, perché io sono già alta, ma nel sogno lui era un gigante.
C'era una differenza enorme tra me e lui, ma questa non mi sovrastava, non mi faceva sentire a disagio.
L'unica cosa che creava qualche problema era il "rischio", da parte mia, di innamorarmi di lui.
Nel sogno non ero ancora madre, quindi avrei scommesso del mio, eppure avevo paura.
Paura di soffrire.
Ci salutavamo, lui partiva con la sua auto, la marmitta si sentiva, molto forte e mi salutava dallo specchietto retrovisore.
Io correvo, ero in ritardo, dovevo andare a "casa".
Stranamente "casa" era dove abito da diversi anni, è la prima volta che la riconosco come tale in un sogno.
Vedevo le mie ginocchia muoversi, sentivo il mio fiato regolare, il cuore battere.
Correvo ed ero contenta perché il movimento mi faceva sentire bene e non avevo dolori.
Arrivata a casa mi spogliavo, ero sudata fradicia e mi mettevo sul letto matrimoniale di mia nonna, davanti ada uno specchio, antico, grande, che si trovava sopra il settimana di legno che aveva costruito mio nonno.
Ero quindi a "casa" quello attuale ma nella stanza da letto di mia nonna, nella "vecchia casa".
Nello specchio vedevo me, con degli indumenti intimi neri, niente di strano, erano neri, alcuni avevano del pizzo, una piccola canottiera, reggiseno e slip.
Piuttoso normale.
Il ricordo di quell'uomo però accendeva in me la passione e incominciavo, guardandomi allo specchio,a spogliarmi.
Ed ecco la scoperta. avevo, oltre al mio sesso femminile, quello maschile.
Era una cosa strana, che scoprivo solo in quell'istante.
Come mai non me ne ero accorta prima?
Perché nessuno mi aveva detto niente?
Nemmeno la ginecologa?
Era una cosa normale? No che non lo era....
Questa rivelazione mi faceva venire da piangere, mi sentivo così diversa, così strana, così emarginata.
Perché nessuno mai mi aveva detto nulla, cosa avevano provato i miei genitori alla nascita vedendo una bambina con due sessi?
Nel sogno questa disperazione si tramutava in qualcosa di diverso, con la mano prendevo questo membro, che si trovava girato verso la parte sinistra, ma sopra la vagina, e iniziavo ad accarezzarlo.
Vedevo le mie dita chiuse sopra di lui, sentivo le mie dita serrate.
Quindi esisteva veramente e io provavo piacere misto a dolore.
Volevo provare a vedere cosa succedeva, se anche a me, Ermafrodito, era concesso il piacere.
Mentre pensavo a quel ragazzo alto che mi corteggiava dentro sentivo ancora più forte il dolore, perché non avrei potuto più vederlo e allo stesso tempo la mente partiva per un lungo viaggio.
Alla fine di questo piacevole viaggio ecco la liberazione....proprio come un uomo, solo che, ad amara conclusione, ecco uscire, dopo il seme, una goccia di sangue, e poi ancora un'altra goccia di sangue, fino a diventare un rivolo che si mischiava con lo sperma vischioso di poco prima.
Mi ripiegavo sul letto piangendo.
Avevo scoperto la mia sessualità e la morte mi portava via, ancora prima di rendermi conto del perché la vita mi aveva giocato questo buffo scherzo.

domenica 29 dicembre 2013

L'acqua limpida come l'Aria

Questa notte ho fatto parecchi sogni, alcuni molto confusi e contorti.
Tante persone, facce, volti, passato, presente.
Ma quello che mi è rimasto dentro è stato un sogno fatto verso le 3:00 (ora in cui mi sono svegliata).
Mi trovavo a San Michele (una frazione della mia città, che si affaccia sul mare).
Questo piccolo Golfo lo sogno spesso, nonostante io non lo frequenti più da tantissimi anni.
Mi trovavo li insieme a delle conoscenze (persone che in realtà non frequento abitualmente).
Con me c'erano diverse generazioni, volti che hanno fatto, direttamente o indirettamente, parte della mia esistenza.
Nel sogno nuotavo, un po' controvoglia, nella piccola baia che c'è accanto al paesino (ci sono tre baie che caratterizzano San Michele).
Mentre nuotavo, e il posto era stracolmo di gente a fare il bagno, guardavo l'acqua.
Era torbida.
Il mare era davvero molto sporco. Le persone si divertivano, sembrava non facessero più caso all'aspetto malsano di quel luogo, l'abitudine era più forte della realtà.
Io facevo notare che l'acqua era davvero inquinata e sporca.
Aveva lo stesso colore del mare in tempesta, grigia, terrosa, ma dentro era pieno di oggetti di plastica, abbandonati sui fondali.
Mentre nuotavo qualcosa si arrotolava attorno ad una delle mie gambe.
Spaventata, cercavo di togliermela dai piedi, una mia conoscente, Ivana, mi diceva di stare tranquilla, che poteva essere un'alga, un'altra diceva che No! Era in realtà una Medusa...di non farmi pizzicare.
Mentre eravamo al largo io le guardavo, inebetita.
Ma come?
Non si accorgevano che era un sacchetto di plastica?
Era evidente.
Aveva le maniglie, era un sacchetto, che probabilmente avevo scontrato, nuotando, e si era staccato dal fondo.
Ma loro non riconoscevano più la realtà delle cose.
Tutti dicevano che era un'alga o una Medusa e quindi era un'alga o una Medusa.
Nuotavo allora verso il largo della piccola baia, volevo andarm,ene da quella folla di bagnanti impazziti.
Iniziavo a vedere, sotto di me, delle rocce nei fondali, piccoli agglomerati di pietra e l'acqua iniziava ad essere un po' più pulita.
Più mi allontanavo più l'acqua era incontaminata.
Nuotando guardavo in lontananza, in direzione di alcuni Pini Marittimi, su un'altra zona della costa (che in realtà si trova da tutt'altra parte) e ad un certo punto, mi accorgevo di quanto l'acqua era limpida.
Davvero così limpida che le mie braccia si muovevano nell'aria.
Io nuotavo dentro l'acqua che non aveva più peso specifico.
Era Aria di Mare, era Acqua di Mare.
Il mio corpo non sentiva più alcun peso, il cielo era sereno, di un azzurro intenso, e nei fondali vedevo tante minuscole pietre, tonde, di tanti colori.
Era così pulita che a stento riuscivo a capire se davvero l'acqua c'era....ma era presente, perché la vedevo scivolare dalle mie mani, perché avevo la sensazione del corpo bagnato.
E' stato un sogno bellissimo.
Da tantissimi anni non mi capitava una sensazione di leggerezza come questa.

giovedì 26 dicembre 2013

L'Arbusto

Il sogno era come sempre dentro un clima invernale.
Molto freddo, cielo grigio, nuvole cariche di neve, muri sbiaditi e stanchi.
Ero ancora in un mercato rionale, ma questa volta gli spazi erano più grandi.
Con me c'erano delle amiche, ma non so chi fossero, mi sembra di rirocrdare, comunque, appartenessero ai periodi delle scuole medie.
In questo posto avevo comprato una pianta, che in realtà era molto piccola e l'avevo lasciata dentro la macchina posteggiata vicino al campetto di calcio.
Poi, dimenticandomi di lei, avevo proseguito il mio giro.
Ad un certo punto incontravo G. col suo ragazzo A. e ci mettevamo a parlare dei tempi passati, di come ci piaceva ascoltare le canzoni di renato Zero.
Io vedevo la mia pianta, nella mente, crescere.
Dicevo loro che dovevo andare alla macchina, perché la pianta era rimasta sola.
Mentre mi avviavo venivo fermata da una cantante rock (ormai non più famosa, ma seguita negli anni 70).
Era ridotta malissimo, come lo è nella realtà, era volgare, vestita trasandata, aggressiva, violenta, portava grossi tacchi alti ed era tutta nera con capelli lunghissimi e sporchi.
Io arretravo, mentre lei mi veniva addosso cercando di vomitarmi parole che non capivo.
Ad un certo punto qualcuno di diceva di andare all'auto perché la mia pianta era diventato un arbusto con grosse radici, sarebbe scoppiata l'auto se non lo tiravo fuori.
La donna si immobilizzava di colpo, come se la presenza di quella pianta fosse un deterrente per lei.
Mi dava due pezzi di maglia nera...dicendomi di usarli per tirare fuori l'arbusto.
Non sono riuscita a finire il sogno...mentre arrivavo alla macchina mi sono svegliata, ma negli ultimi secondi ricordo che il cielo era sereno e c'era un bel sole primaverile.

domenica 15 dicembre 2013

Il Salto Nel Vuoto

Nel secondo sogno mi è rimasta impressa solo una piccola parentesi.
C'era anche mia figlia.
Diversi giovani si divertivano a fare gare di salto dai tetti di un piccolo Paese, che non riconosco tra quelli visitati nella realtà.
Anche i più piccoli si univano a loro e anche mia figlia voleva provare.
I primi salti assieme erano piuttosto facili, ma poco per volta l'altezza tra un tetto e l'altro aumentava.
I ragazzi sembravano non aver problemi...anzi, più era alta la difficoltà più loro si lanciavano con coraggio.
Io, invece, avvertivo la paura.
Ogni volta che toccava a me, si creava un baratro tra un tetto e l'altro, così, oltre all'altezza dovevo superare anche la distanza tra i due edifici.
Provavo angoscia.
Il vuoto appariva all'ultimo istante, proprio quando stavo per spiccare il salto, costringendomi a rinunciare.

Il Lupo

Questa notte ricordo due sogni differenti.

Nel primo, camminavo per il centro della mia città, doveva essere Inverno perché la luce del giorno era piuttosto grigia, nonostante nel sogno non ci fossero nuvole, ma comunque il tempo minacciava freddo e neve.
Un aspetto immobile nonostante ci fosse gente che girava.
Non si percepiva calore umano, ne pensieri o sentimenti.
Tutto era sospeso.
Io entravo a salutare mia cugina, nel suo Pub. 
Dentro, oltre ai clienti c'erano diversi Lupi.
Non cani Lupo, ma Lupi veri.
Io ne ero spaventata e avevo paura che gli animali se ne accorgessero.
Giravano tra la gente innervositi.
Salutavo frettolosamente mia cugina, ero da sola, senza mia figlia, mi infilavo in un vicolo vicino...e di colpo mi trovavo accanto un grosso Lupo.
Il suo pelo era ispido, grigio argenteo, aveva la schiena possente, zampe molto grosse e un muso davvero imponente.
Poteva sbranarmi in un attimo, invece si affiancava a me, camminandomi accanto.
Mi fermavo, non percependo il pericolo e gli accarezzavo la schiena.
Mi guardava con i suoi occhi gialli, i denti leggermente in vista, ma non per mordere...tra di noi c'era diffidenza, ma ognuno aveva rispetto dell'altro.
Ricordo bene la sensazione di quel pelo duro, ruvido, tra le mie mani.
Anche la forza che quel contatto mi dava, un'energia molto fluida, un grande senso di sicurezza.
Quel Lupo non lo dimenticherò mai.


giovedì 12 dicembre 2013

La Grande Dispensa Abbandonata

Mi trovavo nella strada che porta verso casa, vicino alla scuola elementare che frequentavo da piccola.
Era buio, un pomeriggio freddo d'inverno.
Di solito, per quella strada, passano macchine e motorini, ma avevano chiuso il passaggio con un grande cancello verde a bloccare ogni passaggio.
Solo una piccola porticina di maglie di ferro verde, aperta, permetteva di poter continuare il cammino. 
Si era però costretti a scendere giù da una piccola scala in cemento.
Con lo sguardo incrociavo il padre di un compagno di mia figlia, era rrivato in motorino e, visto il blocco, aveva dovuto lasciare il mezzo posteggiato e infilarsi anche lui attraverso la porticina aperta e scendere le scale.
Lo seguivo, domandandomi il motivo di quella divisione nella strada...
Il padre di K. saliva poi lungo una scala a pioli e si infilava dentro uno strano corridoio.
A distanza lo seguivo.
I capelli si incastravano tra il filo spinato e i rovi che erano stati messi per protezione a quella struttura.
Sembrava un enrome, gigantesco, mobile di ferro.
Come quelli che si mettono nelle cantine, come dispensa.
Ma questo era grande come un palazzo.
Molto vecchio, invaso dagli arbusti e pieno di altrettanti giganteschi oggetti.
Enromi catinelle, grosse scatole di pelati, mestoli giganteschi, piatti grandissimi, anche gli alimenti, più o meno freschi, erano sproporzionati...e in decomposizione.
Io camminavo per arrivare a casa, attraverso uno di questi ripiani che costeggiava la parte destra della strada chiusa.
Dovevo stare attenta a dove mettevo i piedi per non scivolare sul liquame della merce in deperimento.
Tutto era in totale stato di abbandono.
Mi domandavo come mai la gente non avesse rubato tutta quella roba, certo era gigantesca, cosa ne avrebbe fatto?
Allo stesso tempo, nella mente, un pensiero...sapevo che se qualcuno veniva preso a portare via uno solo di quegli oggetti o materiale sarebbe stato chiuso in galera a vita.
Finalmente arrivavo alla fine della strada-dispensa.
C'era nolta gente, nel frattempo il pomeriggio buio si era rischiarato, c'era molta gente che camminava ma ognuno non aveva una meta o direzione precisa.
Sembravano tutti degli automi...

lunedì 9 dicembre 2013

Il ciclone

Nel sogno vivevo nella vecchia casa di un tempo, quella dove abitava mia nonna, ma l'appartamento era identico a quello attuale. 
Un piccolo terrazzino, stretto, di cemento, che dava su un piazzale recintato.
Nel piazzale viveva un gruppo di cani, per lo più dobermann, che se ne stavano a cuccia in un angolo, dietro un pezzo di rete metallica, riparati da una siepe e da un piccolo di vitigno.
Mentre ero affacciata a guardare il cielo notavo le nubi inspessirsi, diventare sempre più viola e iniziare a girare su se stesse.
Come certe immagini che si vedono ad alta velocità nei documentari...
Si alzava il vento, gli animali, compresi i miei gatti e il mio cane, diventavano nervosi.
Non so perché mi trovavo vicino mia madre che mii diceva delle cose che non capivo.
Ripeteva la stessa frase, in continuazione, alla fine io le rispondevo che non avevo più bisogno dei soldi che mi aveva imprestato e che glieli restituivo.
Lei incominciava allora a spiegare che non era sua intenzione contringermi a farlo ma io, piuttosto che sentirmi soffocare dalle sue parole le ridavo una banconota che, nel sogno, era di Euro 300.
Una banconota che in realtà non esiste.
Così come non esiste il debito tra me e lei.
Lei vedeva un paio di scarpe da ginnastica abbandonate sul terrazzo, rosa, erano del suo compagno. 
Iniziava a dirmi che me le aveva date da riparare e non capiva come mai le avevo abbandonate così...stanca di sentirla predicare, le davo queste scarpe, basta se ne andasse.
Appena uscita entrava la mia vicina di casa, che abita sopra di me, mi raccontava di alcune cose, riguardavano delle persone...ma io non ascoltavo...stendevo della roba e gli occhi erano fissi nel cielo.
Le dicevo se non si era accorta che il tempo era davvero strano.
Che stva accadendo qualcosa.
Lei dava una rapida occhiata ma non smetteva di parlare.
Allora riuscivo a scendere nel cortile, sempre con la vicina appresso...i cani, erano idrofobi, cercavano di avventarsi su di noi, su chiunque osasse avvicinarsi a loro.
La loro inquietudine era collegata al tempo.
Si stava formando un ciclone.
Chiudendo gli occhi, nel sogno, vedevo un paesino della Toscana, con tanta gente ai mercatini (ma credo fosse estate) tutti accalcati a comprare oggetti usati, in queste strade vecchie, spesso infilate in cunicoli coperti da sottopassaggi...sentivo che sarebbe arrivato un forte terremoto e che tutte quelle persone erano in pericolo.
In realtà la terra già si muoveva ma la gente era così presa dall'acquisto frenetico da non accorgersi di ciò che le stava realmente accadendo.
Mi sono svegliata con un senso di frustrazione terribile.

sabato 7 dicembre 2013

Il Ragno Coleottero

Nel sogno mi trovavo in un centro estivo per bambini.
C'erano bimbi piccoli e di età media.
Una gran confusione. Bambini che disegnavano, giocavano, uscivano dall'aula per andare nel giardino a giocare con lo scivolo...
C'erano anche diverse mamme, che non conoscevo, a parte la L.
L. era sorridente, vedere suo figlio A. felice e pieno di entusiasmo la riempiva di gioia, io cercavo di capire dov'era mia figlia, in quel groviglio di braccine, manine e occhi festosi.
Girando per lo stabile entravo dentro il bagno.
Era uno spettacolo orrendo, qualcuno aveva intasato i gabinetti e i piccoli, facendo pipì, avevano continuato a riempire gli orinatoi o i wc.
Vedevo l'orina torbida, con la carta igienica spappolata dentro e poi piscio da tutte le parti, nelle piastrelle.
I bambini passavano anche dal bagno per giocare e inzaccheravano da tutte le parti.
Chimavao la mia amica L. e poi alcune mamme per fa r vedere cosa era successo, bisognava stappare i sanitari e fare qualcosa. 
Non eraigienico.
Girandomi verso la porta di uscita del bagno, vedevo un volto.
All'inizio non sapevo chi fosse poi lo riconoscevo.
Era il viso di un ragazzo (nella mia città si mormora da tanti anni sia pedofilo).
Ero agghiacciata.
Cosa ci faceva questo tizio in un centro estivo con i piccoli.
Le mamme mi dicevano che era un ragazzo a posto, che faceva divertire i loro figli.
Mentre le sentivo parlare inorridivo, al pensiero di alcuni racconti che mi erano arrivati tempo fa sul suo strano modo di comportarsi.
In pratica lui catturava la fiducia dei piccoli, complici le mamme annoiate e col desiderio di disfarsi per qualche mezz'ora dei loro pargoli un po' esagitati, lui poi li portava dentro un piccolo bosco adiacente una spiaggia e li non si sapeva mai cosa accadesse...ma qualche volta era capitato che un bimbo tornasse pieno di vergogna e che il piccolo con la mamma, sparissero epr sempre dalla spiaggia per andare altrove.
Ovviamente l'omertà delle persone è proverbiale e nessuno ha mai detto nulla, se non isolato questo elemento.

Comunque, nel sogno c'era. Era li, col suo volto impassibile. Lo vedevo sparire, in mezzo alle persone che giravano, numerose, per i corridoi, le stanze, il bagno sporco e il giardino.

Mentre cercavo di recuperare la mia piccola vedevo nel muro un enrome coleottero Nero.

Chiedevo a dei bambini cosa fosse, aveva una forma diversa dai soliti. Ed ecco mia figlia, arrivare tutta affannata e sudata, a raccontarmi che in realtà era un ragno.

Aguzzavo la vista e, si, effettivamente era immobile, attaccato ad un ragnatela.
Mistero come un insetto così grosso e pesante riuscisse s stare appeso su sottili fili di tela.

Mentre guardavo, i bambini iniziavano a infastidirlo.
Io dicevo loro di lasciarlo in pace, che era meglio portarlo fuori, all'aperto.

La ragnatela cominicava a muoversi, avanti e indietro e il ragno-coleottero ad agitarsi.

I bambini, vedendo l'insetto cercare una via di fuga, iniziavano a gridare, a scappare e i loro genitori appresso.

Gridavo di stare calmi, che era pericoloso, qualcuno poteva farsi male. Prendevo la mia bimba, stringelola a me, per eviotare che venisse calpestata o schiacciata e cercavo, con molta clama, di seguire la marea di umani impazziti che si ammassavano verso l'uscita che dava nel giardino.

Con molta fatica (nel sogno avevo anche un grosso zaino pesante sulle spalle), mi facevo largo e finalmente respiravo aria fresca, fuori da quel posto così claustrofobico.

Il ragno-coleottero era sparito. Forse fuggito, forse schiacciato...mi dispiaceva non vederlo più, ma era sparito anche il ragazzo che tutti dicevano essere pedofilo.

mercoledì 4 dicembre 2013

Acqua sporca, Acqua chiara

In questa notte tormentata ho sognato due volte l'acqua, ma in due contesti diversi.
I posti sono quelli della mia città.
Quasi sempre i soliti, che nella realtà mi incutono sempre un certo timore.
Sono luoghi che, secondo me, hanno qualcosa di strano.
Portano il ricordo negativo di qualcosa o di qualcuno, l'energia che sprigionano non è buona.
Ecco perché, nei miei sogni, ogni tanto ritornano.

Nel primo, vedevo la piazza dove un tempo c'era il mercato settimanale, la gente, come al solito si accalcava per comprare vestiti, merceria, articoli per la casa, frutta e verdura, formaggi. 
Le voci si alzavano, tra i battitori e le casalinghe.
Vedevo facce, vedevo gesti e macchine passare lungo l'unica strada lasciata libera alla ciroclazione.

Poi, nella strada parallela che costeggia il torrente, vicino alla piazza, l'acqua iniziava a salire.

I tronchi dei Platani, che adornano il due viali, venivano poco per volta sommersi dalla grande massa di acqua sporca.

Di colpo l'aspetto della città, o di quella parte della città, veniva completamente stravolto.

Non esisteva più un sotto o sopra. Tutto era immobile, muto.

Non c'era più mercato, ne gente, ne roba da acquistare o da consumare.

Solo una grande massa d'acqua sporca, le foglie si muovevano lente, sopra il livello dell'acqua e io vedevo galleggiare delle alghe.
Non era fiume ne mare, non era terra ne fondale. Era un paesaggio senza senso. Immobile e morto perché non c'erano pesci, ne altra vita.

Nuotavo per raggiungere l'altra parte della strada parallela, collegata, un tempo con un ponte, ma non trovavo rifugio, solo la sensazione delle foglie morte e delle alghe, che toccavo con i piedi. La sensazione era quella di essere trascinata in basso.

Qualcuno, improvvisamente, gridava da qualche parte che era colpa dell'inquinamento, che c'era petrolio da tutte le parti. Che tutto era finito per sempre.
Un'altra voce si univa a conferma della devastazione ambientale. Vedevo le macchie nere e viscide, sopra il livello dell'acqua, sbattere contro i tronchi, attaccarsi ai miei vestiti.

Poi ecco mio padre, era preoccupato perché una colonna di formiche-ratto attraversavano il pavimento del laboratorio. Il sogno si faceva confuso, lui era frustrato perché una cosa così non doveva ccadere e non sapeva come deviare quella riga ordinata di insetti-mammiferi. Io controllavo la mia assicurazione, 1998, 1990, in mezzo a fogli di giornale. 

- Papà, la macchina era posteggiata vicino ad una Ferrari bianca, c'era, l'ho vista ieri, cosa ci fa una macchina di quel genrre qua?-

Lui non capiva, disperato per la colonna di formiche-ratto.

Ed io scappavo, verso la frazione della mia città, quel posto dove, da bambina, vedevo uscire una croce di legno, dal mare. Da piccola pensavo fosse la tomba di una persona, nessuno mi aveva detto che era solo un gavitello che, per uno scherzo della natura, aveva assunto la forma di un crocefisso.

Questo mare però era limpido, calmo, azzurro. C'era il sole.

Più io camminavo, più il mare si allontanava rispetto a me, dalla grata di ferro che recintava la strada del piccolo promontorio e la superficie cobalto dell'acqua c'era sempre più divario.

Sentivo l'impulso di gettarmi dentro.

Sarebbe stato un volo infinito. Un volo senza fine, prima di toccare la superficie del mare. E poi....?

Poi avrei trovato la morte. 
Avevo solo paura di quel volo interminabile....quanto avrei potuto sopportare quella sensazione di caduta verso l'ignoto?

giovedì 14 novembre 2013

La città (era) eterna

Nel sogno mi trovavo a Roma, dovevo incontrare un ragazzo, io ero molto giovane.
Avevo vent'anni, forse.
I capelli molto lunghi, mossi, una parte raccolta in una lunga coda riccia...
Con me c'era mia madre, mia zia e mia figlia (anche se, data la mia giovane età, in teoria non era ancora nata).
Lui era un Carabiniere.
Si presentava con un modo gentile, era davvero un caro ragazzo.
Portava la divisa e sotto al berretto aveva capelli scuri lunghissimi.
Essendo di servizio ci accompagnava a fare un giro, doveva controllare un locale, proprietà di un uomo che era andato in fallimento.
La gente del luogo ne parlava bene, dicevano che oltre al locale-ristorante faceva anche spettacoli teatrali.
Ed eccolo, lo vedevo in alcune foto, vestito come il pagliaccio della Mc Donalds.
Qualcuno mormorava che spacciava, qualcun'altro che era entrato in un giro di malavitosi...i più erano tristi che quel posto fosse sotto sequestro, perchè, dicevano, era così un brav'uomo.
A me, alla mia famiglia, sembrava una cosa ssurda, noi, che venivamo da una piccola città dove si faceva finta di nulla, dove tutto era giusto e nessuno sbagliava, e se anche qualcuno sbagliava veniva presto dimenticato, o spazzato sotto il tappeto.
Mi accorgevo che, la mia borsa, si era rotta, dal fondo perdeva grossi filamenti giallo trasparenti, come strisce di alga marina, cos'era? Non saprei, come era finita nella mia borsa? Cercavo di tenermi stretta la bors per non perdere i documenti o altro.
Una borsa che aveva poco tempo, già rotta, come potevo camminare tranquilla...
Ad un certo punto, con una scusa, il mio amico Carabiniere si allontanava con me, lasciando la mia famiglia libera di girare per le strade e stradine, da sola.
Io lo seguivo.
Mi fidavo di lui.
Dalle mura di un piazzale vedevo Roma, col suo traffico, i suoi monumenti e i suoi reperti archelogici.
Era grande ma tutta compatta, ovunque posassi lo sguardo c'era qualche cosa di storicamente importante.
Ne ero abbagliata.
Il Carabiniere si toglieva il cappello, i suoi capelli lunghi erano, sulla sommità della testa, molto radi.
Non capivo perchè avesse deciso di tenerli così lunghi se poi la calvizie era incipiente...ma era una sua decisione e io non dicevo nulla.
Erano i suoi modi così gentili che avevano importanza.
Camminando mi portava a visitare chiese e anfiteatri, ma, la cosa strana, era che ovunque posassimo le mani, anche solo per salire i gradini altissimi, si spezzavano sotto le nostre dita parti di quei monumenti, anche per terra c'erano colonnine, piccole statue, frammenti di conchiglie in ceramica, rotte, spaccate...
Una signora anziana, camminando, rompeva l'ennesimo coccio..
La gente diceva che la città stava cadendo a pezzi, tutto si distruggeva non solo a causa dell'uomo, ma per il tempo.
La città eterna aveva raggiunto il suo acme e nulla sarebbe stato più come prima.
Poggiavo inavvertitamente le mani su un piccolo angioletto scolpito su un capitello, si sgretolava, inutile da parte mia usare delicatezza, per salvare il salvabile, niente...dissolto, come sabbia.
Ed eccoci seduti in un bar del centro.
Molta gente, molte persone, famiglie, bambini.
Io ero comunque contenta, perché ero con lui, il mio pensiero andava a mia figlia, alla mia famiglia...ma c'era lui.
Lui che era seduto accanto a me e mi parlava in modo educato, premuroso.
Arrivava altra gente, doveva spostarsi di una sedia...e intanto mi raccontava della sua città.
Io la conoscevo bene Roma, in un'altra vita c'ero stata, realmente, avevo conosciuto un ragazzo che però era un violento e aveva spezzato tutti i miei sogni, li aveva macinati nel tritacarne dell'egoismo e poi ne aveva dato da mangiare ai maiali e il mio cuore era diventato, infine, sterco di porco.
Mentre gli parlavo, altra gente si sedeva, il cameriere aggiungeva tavoli, spostava le persone, e lui si allontanava.
Mi parlava, a voce alta, per farsi sentire. 
Io ero comunque felice, anche se era distante.
Ero così fortunata ad averlo incontrato, ma il mio cuore iniziava a stare un po' male.
Perché si allontanava...
Parlavo di dolci, il cameriere arrivava per le ordinazioni, finalmente, chiedevo una pasta, ma la volevo piccola, tutti, intorno a me si ingozzavano con grossi dolci ripieni di crema, li vedevo mangiare con avidità mentre la crema pasticcera usciva fuori imbrattando loro guancie, naso, faccio.
....no....io volevo una cosa piccola.
Il Mio amico, ancora più lontano sorrideva.
Era usanza del posto, era la città Eterna, tutto era immenso, anche i dolci.
Si, ma io venivo da una piccola città, noi genovesi mangiavamo in modo diverso, e non per risparmiare, ma perché ci piaceva gustare le cose...non affogare in esse. Sorridevo.
Ma il mio amico Carabiniere si allontanava....e io ero sola.
Sola, in mezzo a questo enorme bar, seduta.
A pensare alla mia famiglia...dov'era...a pensare dov'ero io e soprattutto se tutto ciò che avevo visto era reale oppure solo un sogno.



mercoledì 13 novembre 2013

La Creta e la Carne

Mi è rimasto impresso l'artigiano che, con il suo mattarello, batteva forte il pezzo di creta per togliere l'aria.
Così poi avrebbe iniziato a preparare la base del vaso, sopra il torniello e poco a poco, con i colombini, creato un meraviglioso oggetto d'arredamento.
Batteva.
Batteva...
...ma non era più creta, era un grosso pezzo di carne rosso-violaceo.
Io, nel sogno, ero una bambina molto piccola.
Come la creta si è fatta carne ho iniziato a piangere, in silenzio.
La Paura.
Troppa.
Volevo smettesse di picchiare, ma non lo faceva.
Più rideva, più morivo dentro.
Ero io quel pezzo di carne? Ero io quella Creta?
Era qualcuno che stava subendo delle percosse senza che io potessi intervenire...?

Non lo so. 

Rimane il ricordo di quel rumore sordo, potente, sul tavolaccio di legno.

Una nuova alba con un peso sullo stomaco.

martedì 12 novembre 2013

L'ultima cena

Nel sogno che ho fatto l'altra notte, tra il 10 e l'11 novembre, mi trovavo in una grande stanza.
Al centro c'era un enorme tavolo rotondo, grandissimo, apparecchiato e pieno di vivande.
Sui muri c'erano tantissime foto incorniciate, vecchie e nuove.
Su ogni foto volti dei miei parenti o amici, morti.

A tavola, oltre a me, erano seduti alcuni amici, i miei genitori, mio fratello, e poi mia nonna, con le sorelle e i fratelli, tutto morti.
Insieme a loro i mie bisnonni, sia da parte di mia madre che di mio padre.

Era una grande immensa tavolata di tutta la mia famiglia.

Questo sogno mi ha lasciato dentro tanta positività.

E' stato bello rivederli tutti, insieme, uniti, a festeggiare, chissà cosa...ma mi ha fatto capire che le radici nessuno può cancellarle.

Sicuramente, nei prossimi giorni farò loro visita, al cimitero, per un saluto...


L'impiccata

Ci sono sogni che hanno dei messaggi.
Quello di questa notte è uno di quelli.
Ero in una grande casa, molto luminosa, le stanze tutte bianche e senza tende.
Dalle finestre entrava molta Luce.
Ogni stanza, però, non aveva mobilia.
Completamente vuota.
Passeggiavo incuriosita da una camera all'altra, finché, ad un certo punto, ho visto in lontananza una figura.
Appesa.
Era una donna, si era impiccata ed era immobile al centro di una di queste stanze.
Avvicinandomi riconoscevo la persona.

Questa donna ha perso il marito da diversi anni, il pover uomo ha avuto prima un ictus, dal quale si stava riprendendo egregiamente, poi si è ammalato di cancro, lo ha consumato senza pietà uccidendolo all'età di 43/44 anni e lasciando una moglie e due figli.

Io non ho più incontrato la moglie, con la quale non avevo confidenza, comunque.

Ma è amica di una mia cara amica.

Così, questa mattina le ho scritto, che ero preoccupata per questa donna.

Mi ha detto che si, sta passando un brutto periodo, per colpa di un uomo che la sta facendo soffrire.

...non so perché ho sognato proprio lei, in questo momento, ma spero di averle dato una mano, indirettamente.




lunedì 7 ottobre 2013

Il Ratti e la Chiesa

Entravo dentro la Chiesa del centro, vestita a lutto.
Mio padre mi faceva leggere un manifesto funebre, Sul manifesto c'erano scritti due nomi e cognomi, in grassetto e in maiuscolo, il mio e quello di un'altra persona (di lui/lei ricordo solo il cognome, Queirolo).
Sentivo, nell'aria, un forte odore di Cimitero, l'odore tipico dei fiori mischiato a quello di cadavere.
Guardavo poi verso il piccolo l'altare, sulla sinistra,  dedicato alla Madonna di Montallegro, sopra di esso era stato costruito un altro altare, per le onoranze funebri.
C'erano diversi miei parenti, da parte di mia madre.
Uno era mummificato, uno zio, morto nel 1970, l'altra, accanto, era la moglie, morta da poco.
Piena di fiori, recisi, tutti intorno al suo corpo.
Mio padre mi diceva di andre da loro, ma io non volevo.
Di colpo, la donna si alzava, mettendosi seduta.
Tutti i fiori cadevano per terra, la gente guardava stupita, si gridava il miracolo, era resuscitata.
Io ero tra lo spaventato e l'inorridito.
La Chiesa era piena zeppa di gente, tutte persone vestite con abiti di inizio XX secolo.
Qualcuno leggeva, con voce cantilenante, delle parole.
Non era un sacerdote, era un uomo che dettava frasi.
Mi sedevo dalle seggiole che si trovano  lungo il corridoio sinistro della Chiesa
La gente, con pennino e calamaio, trascriveva tutto su fogli.
Stavano insegnando a scrivere in bella calligrafia.
Verso la parte destra della Chiesa, dove ci sono gli altri piccoli altari dediacati ai Santi, vedevo un grosso ratto.
Camminava indisturbato lungo gli ornamenti di marmo.
Le persone non si accorgevano di nulla e altri Ratti, come lui, uscivano fuori, tranquilli, le persone facevano finta di non vederli.
Avevo tra le mani un piccolo libretto, di un centimetro scarso,con minuscoli fogliettini scritti a china.
Aprendolo, leggevo il contenuto. Erano per lo più lettere scritte da un uomo il cui cognome faceva Cruciani (lo stesso di una mia amica), ma era di Santa Margherita Ligure.
Si rivolgeva ad una donna.
Gli raccontava la sua disperazione e tormento, non potendola vedere.
Mio padre mi diceva di scrivere le frasi, di non indugiare, altrimenti mi avrebbero punito.
Mi alzavo, arrabbiata con lui, gli chiedevo se non si era accorto dei topi...uscendo dalla Chiesa (che però si trovava nei pressi di dov'è realmente) incontravo il padre di mia figlia.
Anche lui mi raccontava dei topi, ne aveva visti molti.
Decidevamo, insieme, di andare a raccontarlo alla custode, una donna che, in realtà, è la cassiera dell'unico cinema della mia città.
Lei confermava, c'era l'invasione, e ci ringraziava perché nessuno aveva il coraggio di dire in che situazione ci eravamo ridotti.

sabato 5 ottobre 2013

I due Scorpioni

Del sogno, oltre a diverse persone, ricordo in particolare una scena. 
Tanti insetti, grossi, una via di mezzo tra Blatte e Locuste, attaccavano sui muri della parete alla mia sinistra. piccoli ragni. 
Qualcuno mi diceva che si cibavano solo di ragnetti rossi.
 Nella parete frontale, invece, fermi, immobili, due enormi,scorpioni. Il più grande era color giallo trasparente, quello accanto a lui, più piccolo, nero.

sabato 21 settembre 2013

Vento

Mi trovavo dentro una stanza.

Era piena zeppa di oggetti, giornali, vestiti. Erano per terra, buttati sui mobili, abbandonati a casaccio, appesi alle pareti, sul lampadario...

Non riuscivo a camminare, non c'era spazio per niente, venivi sommerso, quasi soffocato.

Ad un certo punto si alzava un forte vento, tutte le cose iniziavano a girare per la stanza, sempre più velocemente, finché il vento scoperchiava il soffitto e tutto veniva risucchiato fuori.

Io mi trovavo dentro questo vortice d'aria, il rumore era assordante, tutto si muoveva impazzito e nonostante tutto, io rimanevo ferma. Sembrava quasi che il vento si fosse materializzato attraverso gli oggetti che prendeva e che mi avvertisse di qualcosa....

Poi di colpo, tutto finiva. Nella stanza, senza più soffitto, rimanevo io, le quattro pareti e il pavimento. Non c'era più nulla.

martedì 17 settembre 2013

Uno stivaletto pieno di topi.

Mi ritrovavo in una stanza, vicino Napoli.
Con me c'era Enza, una pittrice del luogo.
Non ricordo di cosa stavamo parlando, sicuramente d'arte e colori, ma ad un certo punto la interrompevo.

Avevo i piedi che mi facevano male.

Era da diversi giorni che avevo questo fastidio e non ne capivo il motivo.
Sedute in una stanza, piuttosto buia, piena di stracci di tutti i colori che pendevano dalle pareti, lei mi faceva togliere gli stivaletti.

Faceva molto caldo.

Toglievo le scarpe e Enza, prendendole tra le mani, ne apriva la parte superiore, dove le stringhe erano allentate.
Mi faceva notare che, dentro, c'erano dei topolini minuscoli.
La cosa mi lasciava perplessa....topi dentro gli stivali????
Era una cosa normale, a volte trovavano riparo nei posti più impensabili.

Così prendevo questi piccoli topolini e li toglievo, attenta a non far loro del male...
...sorridevo di questa cosa.
Sarei stata più  attenta.

martedì 10 settembre 2013

L'acqua sporca

Sta per arrivare un altro periodo strano.
I segni sono chiari.

Nel sogno mia zia era assistita da tante persone, volti di gente che conosco, alcuni approssimativamente.
Tutti uniti per apparire, per disarcionare la verità e indossare la maschera del perbenismo.

Ancora le due stanze gemelle.

In una mia zia, nell'altra mia nonna, morta da trent'anni.

Il percorso quasi identico. 

Io che parlo, che grido, nessuno che ascolta, chiusi in un'ottusa sordità. Intanto il fuoco è acceso, e sopra viene chiuso il coperchio della cucina a gas.

C'è una caffettiera. Esploderà tutto...ma non vogliono sentire.

E allora esco, corro, ho bisogno di aria, di fuggire...cado, inciampando su un tappeto verde dentro un Capannone. Fuori c'era un prato, la differenza non era così marcata.

Cado a terra, ai piedi di due bancari. Vogliono spillare mille euro di risparmi a due giovani lavoratori. Uno mi sorride, ammiccando con l'occhio e mi regala cioccolatini.

Corro fuori da quel posto, no ci sto! Non voglio farmi comprare, mentre lascio dietro di me i volti dei due ragazzi, i loro occhi pieni di speranza hanno già perso quella trasparenza, come un diamante incrinato.

Ed eccomi fuori, davanti alla Chiesa del centro città. C'è traffico, tutto è bloccato.
Molta gente.

Ci sono dei Vigili Urbani, ci sono dei Carabinieri.

Una grande botola quadrata è stata aperta.

Rimestano dentro con dei lunghi paletti di ferro. 

C'è acqua torbida, acqua mista a fogna, che sale, sta per uscire fuori...loro girano e spingono, con questi attrezzi...per cercare di far defluire la sporcizia...ma tutto rimane li, galleggiando lentamente sulla superficie così sporca.

...mi sveglio, ho una forte emicrania.

martedì 3 settembre 2013

Aria, Acqua. Due elementi.

Nel sogno di questa notte mi sono rimasti impressi due particolari.
Nel primo, ero in spiaggia, con amici, non ero a prendere il sole, ma c'era diversa gente.
Davanti a noi, ormeggiati, sulla battigia, delle barche a vela.
Ad un certo punto sentivo che davanti a me, a distanza, alcune persone gridavano...c'era confusione, poi si alzavano, mentre guardavo, mi accorgevo che, verso di me, arrivava l'acqua del mare. 
Non molta, un po' come quando si è sulla riva e un'onda allunga la sua strada e oltrepassa il cumulo di sassolini.
Mi alzavo anche io, la borsa bagnata, con tutto quello che c'era dentro. 
Appena il tempo di rendermi conto che qualcosa non andava ed ecco, il volume dell'acqua aumentare, gente che scappava, cose che galleggiavano, una delle barche veniva verso di me e altre persone vicine.
Si piegava, cadendo rovinosamente sull'arenile. 
Gridavano che era in arrivo uno Tsunami, quello era solo un avviso.
...
E poi eccomi, dentro una "Residenza Protetta", a trovare una persona anziana, una signora molto vecchia, raccontava di essere stata abbandonata dai parenti.
Io, insieme ad altri, ascoltavamo la sua storia.
Mentre guardavo fuori dalla finestra, il vento iniziava a soffiare, tra i rame degli alberi che erano li vicino.
In preda ad un'angoscia strana sentivo la voce della vecchia signora e guardavo il cielo.
Era viola, quasi nero, e ad un tratto un enorme cono di nubi, aria, terra, usciva dallìalto, come una grande bocca, come un angelo dell'Apocalisse.
Era un tornado immenso.
Accanto a questo vortice di devastazione, verso sinistra, altri due piccoli coni si formavano, come due dita.
Andavano a toccare il mare, che si vedeva poco più in la.
Due trombe marine.
Il rumore era cosi forte che non riuscivamo più a sentirci.
Tutto era Caos.
Quel Tornado io lo chiamavo Kronos.

venerdì 30 agosto 2013

Il pozzo dell'anima

Nel sogno tutto era desolante e perduto.
Ricordo una grande, enorme stanza, in fondo ad un lunghissimo cunicolo, come se fosse la fine di un pozzo.
L'aria era pesante, fredda, umida, densa...al centro di questa stanza un enorme lampadario di cristalli a goccia.
Appeso....dove....credo all'ultimo filo di speranza.
Quel filo rappresentato dalla lieve luce azzurrina che arrivava dall'alto, da quella apertura così lontana.
L'ambiente era blu. I colori erano blu, a tratti leggermente rischiarati.
Non c'era altro, il nulla.
Nessun movimento.
Immobilità totale.
Sentivo singhiozzare.
Ero io, che, in silenzio, piangevo.
Nella mia mente mi ripetevo che se quello era il luogo a me destinato non avrei mai voluto raggiungerlo.
Sapevo però che lo conoscevo benissimo, avendolo visitato molte volte durante la mia vita.
Era l'anima, dove si annidava la depressione.
La solitudine totale.
Un inferno vissuto in vita, già pronto ad accogliermi nella morte.

sabato 24 agosto 2013

La Grande Montagna

Mi trovavo con i miei compagni di scuola (medie e superiori).
Del sogno mi è rimasta impressa un'immagine, bellissima.
Ripensandoci mi da ancora tanta serenità.

Ero sdraiata sulla sommità di una vetta, attorno a me c'erano degli abeti, era notte.
Guardavo in alto, verso il cielo pieno di stelle luminosissime.

Uno spettacolo incredibile.

Ad un certo punto, mentre gli occhi si abituavano al buio, dietro a questo tappeto di stelle, vedevo una grande, immensa montagna, imponente.

Era più grande del cielo stellato che vedevo. La sua maestosità era divina.

Dentro di me sentivo che apparteneva a qualcosa di molto più grande e inimmaginabile.

Il solo fatto di quella presenza, ferma, immobile, mi dava sicurezza e pace.

Le stelle incominciavano a danzare, si muovevano, come tante piccole lucciole.

Io sapevo che lei, la montagna, mi parlava...non c'erano frasi, ne rumori, era la sua natura che si collegava alla mia.

Come una Grande Madre.

Mi piace pensare a Pachamama, perché è questo che ho provato nel guardarla.

Vientos del Alma

mercoledì 31 luglio 2013

Il letto e i Tre Ragni

E' di nuovo tempo di sogni. Nel sogno di questa notte mi trovavo con mia figlia in una grande casa coloniale. Dormivamo in un letto matrimoniale, vecchissimo, molto antico, con un baldacchino rettangolare, appeso, di cuoio logoro...

 La casa era di mio padre. 

Avevo chiesto di spostare il letto, di sistemarlo fuori dalla grande stanza.
Lo avevo fatto mettere su una grande terrazza, a cielo aperto. Il baldacchino era appeso al cielo, praticamente.


Io e mia figlia dormivamo abbracciate, svegliandomi, all'alba, vedevo intorno a me, non più una terrazza ma un bosco.


Dentro il baldacchino, al centro, c'era una grande ragnatela e al centro di essa, tre grossi ragni, della stessa dimensione.

Denti, tanti denti.

A differenza di altre volte, nelle quali sognavo di perdere i denti, questa notte ho sognato che me ne erano cresciuti alcuni in più, rispetto a quelli che già avevo. Soprattutto davanti.
"Sognare di avere denti belli e sani, specie se più che nella realtà, è presagio di buon potere ancestrale."
(30/07/2013)

venerdì 31 maggio 2013

Il cuore-feto

Mi trovavo nella mia città, era sera, molto buio, le strade illuminate da luci calde.
Mentre passavo per una strada che si infila in un sottopasso, la compagna del mio ex mi dava un fagotto da mettere dentro una borsa di stoffa, color crema.
Questa borsa la uso spesso, per fare la spesa.
Mi diceva che aveva partorito e che quel fagotto dovevo prenderlo io.
Voleva dividerlo con me.
Guardavo dentro la borsa, aveva la forma di un grosso feto.
Quindi non era nato, forse un aborto.
Ma il feto era davvero grande, la sua massa ricordava quella di un grosso cuore, un cuore di bue, o di un animale simile.
Io tiravo fuori questo cuore-feto e ne mangiavo un pezzo.
Sentivo subito il sapore forte del sangue.
L'odore e il gusto mi avvolgeva, un senso di forte disgusto.
Mentre masticavo, piangevo, disperata...ma continuando a masticare.
Era un sacrificio.
Era un gesto abominevole, me ne rendevo conto, ma non potevo fermarmi.
...
Questo sogno mi ha devastata. Sento ancora quel sapore...

martedì 28 maggio 2013

La strada di libri

Di questo sogno mi sono rimasti solo piccoli frammenti, ma una cosa mi ha colpito e voglio scriverla, per non dimenticala.
Ero in un paese, di quelli con violetti stretti, in salita, con scale e passaggi tra una casa e l'altra.
Il pavimento però non era fatto di pietra, ma ricoperto di libri.
Libri.
Libri di tutti i tipi.
Scale di libri, salite di libri, strade e sentieri di libri.
Aperti, chiusi, con copertine rigide o morbide.
Una meraviglia.

Forse questo sogno ha una sua morale.

La sapienza porta alla giusta via.

Non lo so, ma è stato un sogno "felice".

giovedì 23 maggio 2013

Don Gallo

Ci sono avvenimenti, ci sono persone, che ti lasciano un segno profondo nella mente, nell'anima...nel cuore.
Ieri sera, quando ho saputo della morte di Don Gallo sono rimasta senza parole, con un profondo dolore dentro...che non trovava punto di forza.
Un dolore che sento, palpitante, tutt'ora.
La consapevolezza di aver perso un Grande Uomo, la Terra ha perso uno dei suoi figli migliori.

Questa notte ho sognato Don Gallo,
parlava con Egidio, il padre di un mio carissimo amico.
Discutevano di Politica, Don Gallo col suo sigaro ed Egidio col suo Toscano, in bocca.

Era notte, loro si trovavano dentro una tenda.

Questa mattina mi sono svegliata molto malinconica, Egidio abita in Toscana da diversi mesi...ho subito pensato alla stranezza del sogno, ma poi, ripensando alle simpatie politiche di quest'ultimo non ci ho fatto caso più di tanto.
Però pensavo ad Egidio e al mio amico.

Uscita di casa mi arriva un sms, dal mio caro amico.

Gli racconto il sogno e lui mi risponde dicendomi che era stata la notizia della morte del Don a farlo portare con la mente a me e così aveva sentito l'impulso di scrivermi per sapere come stavo.

Forse do troppa importanza a queste cose, ma trovo sia bello che un Uomo come Don Gallo riesca a tenere unite le persone, anche quando il suo corpo materiale non c'è più.


venerdì 17 maggio 2013

La casa dentro il fiume

Ed ecco che si ripresenta ancora la notte.
Nel sogno mi trovavo dentro una Villa, in stile Greco/Mediterraneo, con capitelli e una piscina rettangolare dentro un chiostro.
C'erano diverse persone, alcuni compagni di scuola.
Io mi trovavo li per caso, non conoscevo nessuno.
Ad un certo punto, guardando verso il torrente, vedevo scendere giù molta acqua, il greto si ingrossava, non pioveva ma sembrava che tutta l'acqua della terra si riversasse su quel piccolo letto di sassi.
Vedevo chiaramente la forza del torrente, trasportava una casetta, piccola, che rimaneva a galla, questa cosa mi incuriosiva e preoccupava al tempo stesso.
I colori dell'acqua erano di un Cobalto molto accentuato.
La casetta assomigliava a quella di Hansel e Gretel.

martedì 14 maggio 2013

Il paese dei Morti e dei Viventi

Nel sogno di questa notte ero nella mia città.
C'era molta confusione, tanta gente, tantissima, era così tanta che non si riusciva quasi a camminare.
Come certe giornate, durante le festività, quando vedi faccem, volti, teste, bocche, occhi, mischiarsi tra loro a formare quasi altri volti. 
Come un dipinto di Picasso dove tutto si unisce e si trasforma, si deforma.
Visitavo il cimitero, andavo a trovare mia nonna, forse ero con mia figlia, ma la mia età era diversa, dovevo avere 21 anni, con me c'erano due amiche di quei tempi.
In questo cimitero riuscivo a parlare con mia nonna e con gli altri miei cari parenti morti.
Erano fuori dalle tombe, camminavano tranquilli, in effetti quello era un luogo dove tornavano, dopo, ma effettivamente si mescolavano con i viventi, durante il giorno e la sera.
Mi raccontavano che stavano bene e che presto qualcuno di noi li avrebbe raggiunti, ma di stare tranquilli, che la morte non era così brutta.
Dopo, tutto era più leggero.
Ed eccomi in un appartamento molto grande, una delle mie zie stava per morire, vicino a me ancora tanta gente, le mie amiche, altre persone sconosciute. Tutti accalcati, alcuni tanto vicini, troppo, così vicini da passare attraverso me, io li vedevo ma non mi davano fastidio, se non per questo senso di claustrofobia.
Mia zia, da uno stato di sofferenza, passava ad uno stato di serenità.
La vedevo alzarsi, sorridere, salutare tutti, anche i morti, salutare me...
Con naturalezza.
Non faceva più parte della vita, ma dell'aldilà, e non era più solo mia zia, era sorella di tutti, come se tutti fossero un'unica famiglia.
E ancora altre persone, che mancavano, le vedevo passare e salutare, abbracciarsi con i congiunti morti prima.
Avevo paura...
Poi vedevo me, stesa  su un letto. Accanto a me c'erano due bambini e un ragazzo, il ragazzo era della Croce.
Gli dicevo che se mi stavano così vicino respiravo male, che mi stavano soffocando, avevo l'asma, non dovevano saltare sul mio letto, non dovevano parlare.
Mi lasciassero respirare.!!!
Mi alzavo, mia zia, quella morta, mi accompagnava verso un corridoio, qua, in alto, c'era una specie di soppalco, che assomigliava più ad un loculo, ma costruito in larghezza, non profondità, aperto.
Mi diceva di salire e mettermi a riposare li, che sarei stata bene.
Così facevo.
La ringraziavo, effettivamente stavo meglio, respiravo bene, ero tranquilla...stavo così bene che dopo poco scendevo, per far sapere a mia zia che dopo anni, finalmente, respiravo bene.
Una volta a terra, camminando, realizzavo di essere morta.
La gente che prima salutavo, che toccavo, mi passava attraverso, non mi vedeva...
Uscivo per strada,  mi sedevo su una panchina, un uomo, per allacciarsi le scarpe, metteva il suo piede sulla panchina, sopra di me, attraverso me.
Dopo un attimo di panico, mi alzavo e camminando vedevo un sentiero, che lasciava il paese e si inoltrava nella campagna, ai lati tanto verde e alberi.
Camminando, lasciavo quel posto...forse per sempre.

venerdì 10 maggio 2013

Sognando l'Artista


Eravamo in una città, presumibilmente Roma, TU dovevi fare una tua mostra personale a Roma, ma la città era simile ai paesaggi di Bruegel.

Io ero affacciata da un'arcata di un palazzo e guardavo in basso...c'era un laboratorio e tu stavi disegnando su un grosso tavolo.

Ad un certo punto mi sei venuto vicino, me ne sono accorta dal tuo respiro, lieve, sui capelli, a destra.

Non hai detto una parola, nemmeno io. Ero contenta per il tuo risultato artistico.

mercoledì 8 maggio 2013

Disincanto

Ho questa strana sensazione, a volte, di non capire quando sogno e quando sono sveglia.
Se gli incubi peggiori appartengono al mondo onirico o a quello reale.
C'è stato un tempo in cui non vedevo l'ora di rifugiarmi nel sonno per "spegnere" la sofferenza della vita quotidiana, con i suoi punti interrogativi, con le ferite aperte e mai rimarginate...ora ho paura di addormentarmi e soffro nello stato di veglia.
Non trovo un punto di appoggio.
La notte mi regala le stesse paure del giorno e viceversa.
Nuoto tra queste nuvole di incertezza che sento appartenere un po' a tutto il mondo.
Non vedo luce, ne vie di fuga.

Ho bisogno di tornare ai miei sogni simbolici e smetterla con questa carne e sangue che, la notte, si presenta all'appuntamento. A ricordarmi che il dolore e la morte sono come una fitta ragnatela, copre tutto e assopisce le coscienze.

Ho bisogno di tornare alla luce del sole e smetterla di pensare che tutto è perduto, che la speranza è perduta per sempre, che non c'è più umanità perché l'uomo si è estinto, imploso, come un buco nero, nel suo stesso egoismo.

Il cuore non è più capace di provare sentimenti, si è spento. Non batte più.