Art. 2 – Diritto d’autore.

Tutti i contenuti di questo Blog sono coperti dal diritto d’autore, secondo le norme di cui alla legge 633/1941 e successive modifiche, e il loro utilizzo è regolato dai successivi artt. 3 e 4.

venerdì 30 marzo 2012

Un incubo

Ed ecco, è arrivato il vero incubo. Questo si che è, per me, il peggiore in assoluto. Ero in aperta campagna, delle persone avevano rapito mia figlia, io mi trovavo davanti a loro per patteggiare il rilascio. Loro non ne volevano sapere, il loro obbiettivo era quello di colpire la mia famiglia. Davanti ai miei occhi sparavano un colpo in testa alla mia bambina. 


Un vero calvario...mi ritrovavo dentro una camera mortuaria, con altri cadaveri, non vedevo quello della mia piccina, attorno a me c'erano persone, non so chi fossero, gente che conoscevo, ma io piangevo disperata. 


Qualcuno cercava di consolarmi, di dirmi qualche parola, io affogavo letteralmente dentro il mio dolore, era immenso, era senza fine, il cuore si consumava...sentivo il profumo della sua pelle, l'odore dei suoi capelli, abbracciavo i suoi pupazzi...volevo morire, ogni tanto mi guardavo attorno, gridavo "ditemi che non è vero, che è un sogno. Voglio svegliarmi!" Ma niente...non accadeva nulla. 


Ad un certo punto andavo verso le bare e li c'erano tre cadaveri, una donna e due uomini, il corpo e la testa erano rinsecchiti, come fossero state mummie, come certe teste che si vedono in Australia...ma la mia bambina non c'era. Non era li. Allora mi dicevo che davvero era un sogno, un brutto sogno. 


Mi voltavo e la vedevo arrivare verso di me, con il suo sorriso più bello. Era viva....com'era possibile che nessuno la vedesse, poi capivo. Non era lei ad essere viva, ero io che ero morta e ora finalmente l'abbracciavo.


Ci trovavamo poi nel giardino di quando ero piccola, nella terra una grossa voragine che scendeva non si sa bene fin dove. Le dicevo che doveva stare attenta, perché era pericoloso, le raccontavo di un bimbo, Alfredino, che era rimasto prigioniero dentro un pozzo artesiano. 


Chiamavo mia zia, la rimproveravo perché aveva lasciato aperta quella fossa, minimizzava, rispondeva che bastavano due tavole di legno...non volevo che mia figlia rischiasse di cadere li dentro e mi accanivo verso mia zia, dicendole di tutto. 


Ero molto arrabbiata per questa superficialità. Nel giardino c'erano anche delle gabbie con leoni e tigri, a farne la guardia tre cani marrone scuro....poi...per fortuna, mi sono svegliata...e ho visto, accanto a me, la mia bambina che dormiva. 


Ad un tratto mi ha detto "mamma, ho fatto un brutto sogno!"-"Anche io Alice, anche io." Ci siamo abbracciate e abbiamo ripreso a dormire.

lunedì 26 marzo 2012

La Madonna a pezzi


Mi trovavo nell'appartamento dove abitavo anni fa, un posto che mi ha dato parecchi problemi con il vicinato. Parlavo con il mio ex marito di mia figlia e di tanti altri problemi che c'erano in quel momento. Ad un certo punto arrivava anche mia madre, poi i miei cugini, altri parenti e mi guardavano, io conitnuavo a parlare senza mai fermarmi...ero così presa in quello che dicevo che non mi ero accorta che ero solo io a raccontare mentre loro mi guardavano in silenzio, spaventati. Uscivo di casa e disperata, tenendoni la testa tra le mani, parlavo, parlavo, senza potermi fermare. La gente intorno mi guardava, io continuavo a dialogare con me stessa, disperata, perché non riuscivo a fermare la testa, i pensieri, la voce. Anche gli occhi non vedevano, non capivo dove andavo ed ero ogni istante più confusa. Ad un certo punto vedevo una delle mie stanze. Dentro c'era una statua della Madonna. Un tempo intera  ora  la trovavo ridotta in mille pezzi. Correvo disperata, dovevo avvisare che era andata in frantumi, dovevo portare via mia figlia da quel posto. Stavo male e vedere tutti quei cocci per terra mi dava un senso di disperazione. Ed ecco mio padre, era fuori, seduto su un tavolaccio di legno, raccontava qualcosa alla mia bambina e forse alla cuginetta. Mi arrivava un sms. una mamma diceva di avermi visto comprare delle figurine in edicola e mi rimproverava perché avevo deciso di non andare al compleanno del figlioletto. Raccontavo l'accaduto a mio padre, allibita. "Potrò fare quello che mi pare senza rendere conto ad un'estranea se prendo delle figurine o no per mia figlia?". Ero allibita. Mio padre iniziava ad inveire contro di me, io mi difiendevo, attaccata dai suoi discorsi senza senso. Mi diceva che ero una testa di minchia. Lo diceva anche a mia figlia. Io guardavo la bimba e le facevo notare cosa aveva detto suo nonno a sua madre. La bambina era molto tirste. Io continuavo a difendermi dalle sue parole cattive e taglienti. Parlavo, parlavo, avevo la bava alla bocca e non riuscivo a smettere e lui faceva altrettanto, insultandomi continuamente. Alla fine mi diceva che lui sarebbe stato una madre putativa per mia figlia e che presto me l'avrebbe portata via perché io ero pazza.

domenica 18 marzo 2012

L'acqua nera



In questo sogno mi trovavo in un grosso traghetto. Partivamo da una posto che non ricordo, toccavamo Sori fino ad arrivare a Trento (?) dove ci fermavamo per quello che era accaduto. Durante il tragitto l'equipaggio era molto strano, si notavano traffici e situazioni di intolleranza tra i marinai. Attraccando a Sori (?) i passeggeri venivano a conoscenza del progetto del Sindaco di fare una passerella di cemento che attraversasse in due la baia, per permettere così agli abitanti di poter avere una vita regolare quando arrivano le navi e la cittadina veniva invasa dalla gente. Un progetto alquanto bizzarro, molto discriminante. Ma il posto era molto piccolo in effetti. Il Traghetto ripartiva e iniziavano ad esserci i primi problemi. Non ricordo il motivo scatenante ma alcuni marinai cadevano giù dalla barca, nell'indifferenza totale dell'equipaggio e del Capitano. L'acqua era una pozza nera, mista a petrolio (il mare era molto inquinato). I corpi di alcuni, ancora vivi, venivano schiacciati tra la chiglia e il porticciolo della piccola città. Gridavano, anche i passeggeri gridavano, nessuno muoveva un dito. Tutto si svolgeva nell'indifferenza assoluta. Questa piccola nave beccheggiava su una massa di corpi morti e liquido nero. Ci sentivamo tutti ostaggi di quella situazione. Il Capitano faceva ripartire il traghetto e nessuno diceva una parola sull'accaduto. Ogni tanto qualcuno veniva buttato a mare, vivo. Arrivava a Trento, scendevano tutti e io mi ritrovavo in una strada piena di negozi, entravo dentro ad uno che vendeva valige. Me ne interessava una a 30€...notavo un giro di valige colme di qualcosa, il commerciante era tutto soddisfatto, anniccava ad un uomo appena entrato, dopo di me, altro, con un trench nero e il volto impassibile. Lasciava una grossa valigia scura e ne prendeva un'altra. Mi avvicinavo per prendere quella valigia che aveva lasciato, ma il negoziante con un sorriso minaccioso mi faceva capire che dovevo farmi i fatti miei se volevo campare. Uscivo disgustata, in questo ambiente surreale, dove tutti sembravano felici del loro piccolo e minuscolo mondo felice, mentre tutto fuori era solo corruzione e sporcizia. Tornavo al traghetto. Era ora di ripartire. Avevano rimosso il Capitano e alcuni dell'equipaggio...l agente saliva in silenzio, voleva tornare a casa prima possibile. Uno di loro, prima di salire, voleva controllare la mia carta d'imbarco, frugava dentro la mia borsa, ero carica di roba, chiedevo se mi poteva aiutare. Mi faceva capire che lo avrebbe fatto solo se avessi scambiato con dei favori, delle prestazioni. Schifata prendevo le mie cose e salivo da sola. Vedevo il Capitano e i suoi fedelissimi dentro una petroliera, a contare una montagna di soldi d'oro. Parlavano in tedesco. Da quella nave, mi dicevano, non sarebbero più usciti.

venerdì 16 marzo 2012

Il Pastore tedesco



Due cani, un pastore tedesco e un Alano (bianco). Una chiesa (quella della mia città). Il Pastore tedesco vuole azzannarmi, sono spaventata ma in qualche modo gli faccio capire che non gli farò del male. Diventa docile, capisco che è abbandonato e lo porto con me. L'Alano vuole uccidermi ma il Pastore tedesco mi difende. Una vecchia signora, per strada, scontrandomi, fa cadere un pacco che ho fasciato con della carta e un nastro. Ci sono dentro dei biscotti, lei va avanti e non dice nulla allora io mi metto a gridare per farla girare e le dico di tutto. Non si scompone. Mi fa sentire una pezzente. Le chiedo i soldi. In realtà non li ho comprati ma riesco a farle "scucire" 5 Euro. Cammino lungo la pedonale di Via Mameli, c'è tanta gente. Il mondo sta per finire, verremo tutti schiacciati da qualcosa ma nessuno sembra rendersene conto o fa finta di nulla. Io immagino questo ammasso di persone, vedo anche me, sento la fine, sento il dolore, la disperazione ma anche l'indifferenza, mi rendo conto che la vera fine è questo egoismo. Siamo già tutti morti. Dicono che il Papa è caduto e si è rotto un femore. Come era stato previsto. Presto sarà morto e tutto si compirà. Nel grande prato dove mi trovo col Pastore Tedesco ci sono due bambine che giocano. Arriva una donna vestita di stracci, esce fuori da un canneto, cerca di attirare l'attenzione delle bambine. Capisco che vuol fare loro del male e dico al "mio" cane di attaccarla per mandarla via. Mi manda qualche maledizione e scappa, tornando da dove è venuta.

giovedì 15 marzo 2012

La terra in bocca



Io e Enrico (il mio collega) eravamo su un letto a castello, io nel letto di sotto e lui sopra. Il letto si trovava in mezzo alla strada, nel bivio tra Via della Libertà e Via Mameli.

Voleva dipingere e con la mano toccava il monitor di un televisore dove veniva proiettata un'altra mano che dipingeva su una tela.

Gli dicevo che era improbabile imparare a farlo in questo modo, che l'arte la devi sentire nell'anima, la tecnica conta ma se non hai il cuore ottieni solo dipinti freddi e impersonali.

Mentre parlavo la lingua faticava a muoversi e sentivo la bocca riempirsi di terra.

Era talmente tanta da impedirmi quasi di respirare, mi stava soffocando.

Uscivo di corsa verso l'esterno, mi trovavo nel cortile dietro casa (dove abitavo da bambina e dove mio padre un tempo aveva il magazzino dei videogiochi).

Con la mano prendevo pezzi di terra dalla bocca e li toglievo, era tanta la terra che avevo in bocca...ma poco per volta riuscivo a liberamene "quasi" completamente.

Ed eccomi affacciata ad una finestra, fuori c'era una Fiera, piena di bacnhetti di ricamatrici.

Uno in particolare mi colpiva. Era un lungo banco di legno formato da due assi parallele.
Poggiava su sette piedi umani (erano gambe di donne vive). Il corpo delle donne era nascosto sotto il banco, le gambe erano fasciate da calzamaglia colorate e variopinte.

Sopra l'altra asse c'erano sedute altre sette donne che ricamavano.

Il banco si sposatava sulla strada, le donne nascoste sotto la prima cassa ricamavano senza sosta, al buio.

Non erano donne tristi, lavoravano sensza sosta ma erano contente del loro ruolo.

martedì 13 marzo 2012

La Scala



Ho sognato che dovevo salire un muro altissimo di cemento, compravo una scala a pioli, lunghissima.

Il muro era alto quanto un palazzo di quattro piani.

Era notte, mi trovavo in una strada secondaria, piena di spazzatura e topi, l'abbandono totale.

Salivo questa scala, fatta di legno, con grande fatica. Finalmente raggiungevo la cima, in alto era tutto un prato, con alberi, illuminato da piccole luci artificiali, gialle.

C'erano altre persone, da la sopra tutti guardavano verso un improbabile orizzonte grigio/notte.

Mi alzavo e andavo via, solo dopo ricordavo di aver lasciato la scala appoggiata a quel muro...

Ed eccomi nell'appartamento dove avevo vissuto con mia nonna da bambina.

Ero con mia figlia che a volte diventava mio fratello da piccolo. Eravamo abbandonati.

Ogni tanto immagini di mio padre, della nuora con l'altro fratello, mio cugino, mia cugina Anto, l'altra nipotina di mio padre...dei flash.

Mio padre mi rimproverava per qualcosa.

Tornavo alla realtà, ero in cucina, dicevo a mia figlia (fratello) che eravamo soli e non avevamo più nessuno.

Accendevo il fuoco nella cucina a gas, con difficoltà.

Dal fornello usciva un filo di voce, ripeteva quello che dicevo io, sghignazzando.

Avevo paura, ripensavo alla scala, l'avevo dimenticata, ora la vedevo appoggiata al terrazzo dell'appartamento, tra il giardino e la ringhiera, qualcuno poteva salire ed entrare in casa a rubare.

Dovevo tornare al muro alto e portarla via...tutto molto surreale ma anche così reale.

Il marito di mia zia mi chiamava, attraverso il CB, dovevo collegarlo, tirarlo fuori e collegarlo...intanto pensavo ad alta voce e dal fornello la voce ripeteva le mie frasi, con sottile cattiveria.

Dovevo fare qualcosa, pensavo ad un esorcista...mi sentivo in trappola, eravamo in trappola.